giovedì 23 aprile 2009

La Sveglia

Gideon era seduto sul suo letto, perso in contemplazione della splendida figura femminile che aveva di fronte, le cui sinuosità erano drappeggiate dal lenzuolo che tratteneva davanti a sé con le mani giunte, in un provocante atteggiamento di falso pudore.
Lei avanzava con movenze feline, mettendo lentamente un piede davanti all’altro con estrema e sensuale grazia, finché, giunta a un solo passo da lui, lasciò cadere il lenzuolo, mostrandogli il suo corpo nudo, e dischiuse le labbra per dirgli…
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Lui la cinse a sé. "Sì, dolcezza, tutto quello che vuoi." le disse in tono lascivo.
"Tii Tii Tii Tii Tii" ripeté lei, squillante.
"Sììì, sììì, amore, giochiamo alla sveglia e all’addormentato… dov’è il tuo pulsante, eh? Dov’è il tuo pulsante?"
"Ah ma allora sei proprio scemo! È la sveglia sul serio!" protestò lei, e tirando di nuovo su il lenzuolo se ne uscì offesa dal sogno.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Brontolando, mentre si domandava in un angolo della mente il perché della sveglia, Gideon sferrò una manata nella direzione del comodino, mancandolo clamorosamente.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Tentò di nuovo, e stavolta impattò con qualcosa. La brocca dell’acqua si rovesciò, inondando il libro che aveva accanto e l’orologio da polso poggiato lì vicino.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Al terzo tentativo, prese in pieno lo spigolo del comodino. Si rizzò a sedere sul letto, scuotendo la mano in alto e in basso come se potesse scrollarsi di dosso il dolore.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Infine aprì gli occhi. Guardò il comodino. Non lo vide. Era buio pesto. A tentoni ripescò, letteralmente, il suo orologio, bagnato zuppo. Fortuna che gli era stato garantito per subacqueo, o sarebbe stato da buttare.
Premette il pulsante della lucina interna, per vedere l’ora, e ne ottenne uno spruzzetto d’acqua in un occhio.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Si asciugò col dorso della mano e poi la allungò per accedere la luce. Sul comodino, la brocca oscillava pericolosamente lungo il bordo. Il libro era immerso nell’acqua, meno male che era Moby Dick. Della sveglia nessuna traccia.
L’orologio segnava le goccia-bollicina-bollicina-chiazza.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Si guardò intorno, e infine localizzò l’aggeggio infernale in cima alla libreria, dall’altro lato del letto. Si arrampicò in puro stile King Kong, l’afferrò e guardò l’ora. Le cinque di mattina. E perché aveva messo la sveglia alle cinque di mattina?
"Tii Tii Tii Tii Tii"
In quell’istante si rese conto che la sveglia non stava suonando. In effetti, a ben vedere, era puntata per le sette. Perché poi avesse messo la sveglia alle sette restava comunque un mistero. Che mai poteva aver da fare così presto?
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Eh… però qualcosa che suonava c’era! Realizzò che il suono veniva dalla tasca posteriore del suo pigiama. Il cellulare! Doveva essersi segnato un impegno in agenda, ecco perché suonava! Solo che non riusciva proprio a ricordarsi cosa fosse.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Be’… del resto era per quello che l’aveva messo in agenda, per ricordarselo, giusto?
Estrasse il telefonino dalla tasca e osservò lo schermo, dove lampeggiava la nota che si era scritto: "Ricorda di staccare la sveglia prima che suoni, non hai niente da fare alle sette."

domenica 5 aprile 2009

Influenza

«ET-CCCIUUUU !!!» il suono rimbombò nella stanza come un colpo di artiglieria, e la testa di Jack prese a pulsare allo stesso ritmo. Il ragazzo tentò di riprendere fiato, ma venne interrotto da un improvviso accesso di tosse secca e fastidiosa che lo lasciò sfiatato e ansimante.
Si avvolse più stretto nella coperta che aveva addosso, rinunciando perfino ad asciugarsi le lacrime che gli scendevano dagli occhi per non doversi scoprire le mani. In qualche modo riuscì a prendere il telecomando senza abbandonare il rifugio della coperta, e accese la televisione.
“… mia di influenza sta propagandosi a macchia d’olio nel continente. – stava dicendo lo speaker del telegiornale mentre sul video scorrevano scene di repertorio di gente messa non molto meglio, se non peggio, di Jack stesso – Finora i trattamenti antibiotici si sono dimostrati…”
La porta alle spalle di Jack si spalancò di botto calamitando la sua attenzione.
“Buongiorno!” annunciò sua madre entrando, con l’aria di chi ha appena vinto la lotteria, un sorriso da orecchio a orecchio. Lui si chiese cosa mai ci fosse di buono in quel giorno, e rispose con un mugugno incomprensibile.
“Come ci sentiamo oggi?” chiese ancora sua madre, usando il plurale come se condividesse le sue sofferenze.
“Bale.” bofonchiò lui, ma la donna era passata oltre e non lo stava ascoltando. La osservò con terrore mentre si avvicinava alla finestra e la spalancava.
“Ba babba! – protestò, odiando ogni singolo suono nasale che si ritrovava a emettere – Io sdo bale!”
“Quante storie! Se non fai cambiare un po’ l’aria non guarirai mai!” lo zittì sua madre, scaraventandosi poi fuori dalla stanza e chiudendosi la porta alle spalle.
Jack sospirò, cosa che non gli riuscì troppo bene, e si obbligò a scendere dal letto per andare a porre rimedio alle strane idee della madre.
Però non mi era parsa tanto ottimista quando ce l’aveva lei l’influenza – pensò mentre strisciava i piedi verso il lato opposto della stanza. Era quasi giunto quando inciampò nella coperta, che si era guardato bene dal togliersi di dosso, e finì lungo disteso in terra. Fece per rialzarsi e prese in pieno con la nuca il vetro aperto, rimbalzando indietro come uno strano incrocio tra una palla e un sacco di patate.
“Ba porga biseria!” imprecò mentre si metteva a quattro zampe per poi tornare in piedi con maggior cautela.
Chiuse la dannata finestra e se ne tornò al letto, su cui si sedette nuovamente.
“… tempo, alcuni soggetti hanno per…” diceva il giornalista un attimo prima che Jack cambiasse canale. L’immagine sullo schermo venne sostituita da quella di un affarino peloso che litigava con un serpente grosso il doppio di lui. Jack ebbe il tempo di sentire “… la mang…” prima di decidere che quella trasmissione non faceva per lui e cambiare nuovamente.
Al posto degli animali apparve una strana animazione, una specie di ameba che veniva assalita da qualcosa che assomigliava a un modulo per l’atterraggio lunare appena abbozzato. “… i virus sostituiscono il DNA delle cellule con…”
Jack si affrettò a cambiare di nuovo, ritrovandosi a osservare una Nicole Kidman in evidente stato alterato che cercava di rapire un bambino. Aveva già visto quel film e non aveva alcuna voglia di rivederlo, per cui spense la televisione e si voltò verso il comodino per prendere il bicchiere e bere un sorso d’acqua.
La prima parte si rivelò facile, la seconda impossibile, perché il bicchiere era vuoto.
“Uff!” sbuffò Jack – almeno quello gli riusciva ancora – e si alzò per andare a prendersi da bere di sotto. Questa volta fece attenzione a sollevare a sufficienza la coperta prima ancora di girare attorno al letto e imboccare la porta. Scese uno scalino alla volta e arrivò a pochi metri dalla porta della cucina quando sentì delle voci provenire proprio da lì, e si bloccò non riuscendo a riconoscerle.
“Quanto credi che gli ci vorrà?” sentì dire da una voce femminile e arrotondata, che gli ricordava molto quella di sua madre, ma al tempo stesso non era la sua.
“Non molto ancora. Un giorno o due e poi anche lui sarà completo.” rispose quello che era evidentemente un uomo. Non suo padre, a meno che non gli si fosse improvvisamente modificata la laringe, ma pure non tanto diverso da lui.
Cercando di non fare rumore, Jack fece qualche altro passo e azzardò un’occhiata oltre lo stipite della porta, tenendosi il più possibile nascosto. Quello che vide, per poco non lo fece saltare indietro, e a stento riuscì a trattenere un grido.
Due… creature, non c’era altro modo di definirle… si trovavano nella sua casa. Avevano pelle verde e squamata, come quella dei serpenti, occhi gialli e sporgenti, con pupille verticali a fessura e… indossavano i vestiti dei suoi genitori!
Gli esseri non parvero accorgersi di lui, e continuarono la loro conversazione.
“Sicuro che stia andando tutto bene?”
“Certo, ha tutti i sintomi, la trasformazione è già in atto ormai. Una volta che tutto il suo DNA sarà stato risequenziato…”
Jack si perse il resto della frase cercando di comprendere il senso di ciò che aveva sentito. Parlavano di lui? Possibile che quelli fossero…
I suoi ragionamenti vennero interrotti da una familiare quanto fastidiosa sensazione di prurito al naso. Di tutti i momenti in cui avrebbe potuto succedergli…
Prese a indietreggiare, cercando di trattenere lo starnuto il più possibile.
«ET-CCCIUUUU!!!»
SBAM!
Senza essere troppo sicuro di come fosse accaduto, si ritrovò a perdere l’equilibrio e atterrare di sedere sul pavimento. La caduta fu attutita dalla coperta, ma il vero problema era un altro, e non tardò a presentarsi. I due rettili umanoidi, infatti, sbucarono fuori dalla cucina un istante dopo… solo che non erano più rettili umanoidi, ma semplicemente i suoi genitori.
“Jack!” lo apostrofò la madre
“Stai bene?” gli chiese di rimando il padre
“Che è successo?”
“Ti sei fatto male?”
“Se volevi qualcosa potevi chiamarmi.”
L’improvvisa ondata di attenzioni era fin troppo sospetta perché Jack non percepisse che qualcosa non andava. Certo… anche l’aver visto i mostri rettiliformi in cucina era un indizio da non sottovalutare.
“Io… io…” prese a bofonchiare lui, cercando con lo sguardo il bicchiere che gli era sfuggito di mano. Lo individuò poco distante da lui; era atterrato su un angolo della coperta, che lo aveva salvato dall’andare in frantumi. Lo afferrò come fosse stato un salvagente in un mare in tempesta.
“Aggua! – esclamò – Ero sceso a breddere dell’aggua.”
“Dammi, te lo riempio.” replicò quella che sembrava sua madre, allungando una mano verso il bicchiere… o forse verso il suo braccio.
“Do, do, vaggio io.” rispose lui, indietreggiando per rialzarsi con le spalle alla parete.
Strisciò verso la cucina restando rasente al muro, e senza mai togliere gli occhi di dosso ai due finti genitori, che per conto loro si scambiarono alcune occhiate indecifrabili. Raggiunse il lavandino e aprì il rubinetto, iniziando a riempire il bicchiere con esasperata lentezza. Il suo sguardo dardeggiava ovunque nella stanza mentre tentava di decidere il da farsi. I due mostri erano ancora fermi sulla soglia.
All’improvviso, in un lampo di ispirazione, lasciò cadere il bicchiere nel lavello, sfilò un coltello dal ceppo poco distante e si diede a una fuga disperata in direzione della porta che dava nel cortile. Stava per afferrare la maniglia quando si ritrovò improvvisamente di fronte il rettile con gli abiti di sua madre.
“Dove stavi cercando di andare?” sibilò questo facendo saettare tra le labbra la sua lingua biforcuta, ogni pretesa di apparire umano oramai abbandonata.
Jack non si perse d’animo. Sollevò il coltello e lo piantò a fondo nel petto della creatura, facendone sprizzare del sangue verdastro che gli impregnò il pigiama. Si ritenne fortunato per non poterne sentire l’odore, immaginando che dovesse essere davvero disgustoso.
Due zampe artigliate gli afferrarono il polso, ma il sangue lo aveva reso abbastanza viscido da permettergli di sfuggire alla presa e sferrare una seconda coltellata, stavolta in uno degli orrendi occhi gialli del rettile, che si afflosciò al suolo come un sacco vuoto.
Per un attimo, Jack aveva dimenticato il secondo mostro, che immediatamente gli fu addosso. Ruotando su sé stesso meglio che poteva, il ragazzo lo ferì a un braccio con un veloce fendente, ma un istante dopo sentì un colpo al petto e si ritrovò a volare verso una parete. Ebbe appena il tempo di registrare che il mostro morto aveva nuovamente assunto le fattezze di sua madre prima di urtare violentemente la testa contro uno dei pensili della cucina e precipitare nel buio più assoluto.

Quando riaprì gli occhi stava fissando il pavimento. Quello della sua camera da letto.
Sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di capire come fosse arrivato lì. La nuca gli faceva male, e così anche il petto, ma questa non era una grossa novità visti i frequenti accessi di tosse.
Tentò cautamente di rialzarsi. Uno spiffero freddo proveniente dalla finestra aperta gli soffiava sulla schiena, mentre una voce distorta parlava dal lato opposto della stanza. Ci mise qualche secondo a capire che si trattava della televisione.
“… lo stadio più acuto della malattia ha portato alcune vittime a soffrire di allucinazioni e perdere la cognizione dello spazio e del tempo, alcuni soggetti hanno perfino affermato di aver vissuto uno sbalzo temporale, tornando a loro dire indietro nel tempo di diversi minuti…”
Jack si rimise in piedi e chiuse la finestra, poi si tastò la nuca, trovandovi un bernoccolo in formazione. Era stato il pensile della cucina o l’anta della finestra a causarglielo?
Si guardò intorno, constatando che tutto era normale nella stanza. Il suo pigiama, per quanto possibile, era pulito; non c’erano tracce di sangue, né suo né dei mostri. Il bicchiere, vuoto, era al suo posto sul comodino.
Incerto, raggiunse la porta, la aprì e si affacciò.
“Babba?” chiamò
“Sì Jack, ti serve qualcosa?” gli rispose dopo qualche istante la voce della donna dal piano di sotto.
“Uh... do, do, diedde.” bofonchiò lui in risposta.
Possibile che si fosse sognato tutto quanto?
Al telegiornale avevano parlato di allucinazioni in effetti...
Ritornò a letto e si infilò sotto le coperte. Forse avrebbe fatto meglio a cercare di dormire.
Certo che tra la febbre e la botta il suo cervello gli aveva giocato veramente un brutto scherzo – pensò mentre scivolava nel sonno – sicuramente era rimasto influenzato dalla scene che aveva visto in televisione poco prima, tra serpenti, DNA e invasioni di alieni che sostituivano gli esseri umani.
Sì... non poteva che essere così... le scene che aveva visto... dopo aver chiuso la finestra...

giovedì 2 aprile 2009

Stati di Allucinazione

“Allora?”
La domanda giunse tanto improvvisa da fargli sgranare gli occhi, risvegliandolo dal suo torpore. Sollevò la testa e fissò l’ometto calvo e occhialuto che lo guardava dall’alto, poi abbassò lo sguardo sulle proprie braccia, ancora incrociate sulla scrivania, che gli avevano fatto da cuscino fino a poco prima.
“Eh? Cosa?” balbettò.
“Le pare il momento e il posto per dormire?!? – gli urlò contro l’ometto, spruzzando saliva peggio di un irrigatore da giardino – Vuole che la licenzi, per caso?”
“Ma che…? Licenziarmi? E quando mai…?” Sempre più confuso prese a guardarsi intorno. Davanti a lui, su uno schermo LCD, pipistrelli da cartone animato inseguivano una donnina discinta in quello che doveva probabilmente essere uno screensaver. Tutto lasciava pensare che si trovasse in un ufficio… ma a fare cosa? Lavorare? Lui? Ridicolo!
L’ometto, intanto, aveva ripreso a urlare. Lui neanche cercò di capire cosa. Allungò una mano e fece per prenderlo per il collo, ritrovandosi ad afferrare l’aria, perdere l’equilibrio per il troppo slancio e finire dritto in terra, sbattendo la faccia sul pavimento.Si rialzò, e un rivoletto di sangue gli scese dalle labbra.
L’ometto non c’era più. L’ufficio neanche. Ora si trovava di fronte a una grande lavagna nera, e una donna asciutta e segaligna con un paio di occhialetti a punta lo fissava con aria torva, agitando una bacchetta.
“Ha intenzione di venire all’interrogazione o no?”
Mentre si rialzava, la guardò con occhi fiammeggianti, che non parvero suscitare in lei la benché minima reazione.
“E si copra! Che diamine! Dove crede di essere?”
A quelle parole, abbassò lo sguardo e notò solo allora di essere praticamente nudo, a eccezione di un paio di ridicoli boxer su cui erano ricamati dei lupetti con un ciuccio in bocca. Senza neanche sapere perché, portò istintivamente le mani a coprirsi le parti basse.
“Ha studiato?” lo incitò la maestra
“No che non ho studiato, che ca…” venne interrotto da una bacchettata dritta sulle gengive. Qualcuno alle sue spalle lanciò un aeroplanino di carta che gli si infilò in un orecchio.
Si voltò di scatto, e nel farlo si ritrovò accidentalmente a infilare il braccio sotto quello di una perfetta sconosciuta vestita di bianco, che si girò e gli mostrò un sorriso a sessantaquattro denti, incurante del suo sguardo allucinato.
Davanti a lui si stendeva la scalinata di una chiesa, con un lungo tappeto rosso sangue che si snodava dall’altare fino a sotto i suoi piedi. Le campane suonavano a festa mentre dall’interno proveniva una musica inconfondibile.
Si rese conto quasi di sfuggita che i suoi boxer erano stati sostituiti da uno smoking impeccabile, completato da un ampio mantello nero abbastanza fuori luogo… no, a ben pensarci era tutto il resto a essere fuori luogo.
“Eh no! – sbottò – Questo è veramente troppo!”
Sfilò il braccio da quello della presunta sposa e fece una sorta di saltello, che nelle intenzioni avrebbe dovuto avere ben altro esito, ma che finì solamente per farlo cadere di nuovo faccia in terra.
Quando si risollevò, la testa gli faceva male e gli sembrava che tutto il mondo gli stesse girando attorno. Se non altro, però, era un mondo che conosceva.
Si stropicciò gli occhi, cercando poi di rimettere a fuoco… le pareti erano quelle del suo castello, la sua bara era lì a due passi. Sospirò di sollievo.
“Mai più, giuro mai più mangiare con uno sconosciuto senza prima un esame del sangue, tossici del piffero!”

mercoledì 25 marzo 2009

Aria di casa

Erano passati anni dall'ultima volta in cui aveva fatto ritorno al suo paese. Ogni volta si riprometteva che sarebbe stata l'ultima, che ne sarebbe rimasto lontano, ma poi succedeva sempre qualcosa che richiedeva la sua presenza, e si vedeva costretto a tornare.
Una volta lì, però, si immergeva subito in quell'aria familiare, così connaturata alle sue radici. Gli sembrava quasi di non essersene mai andato, e si domandava il perché della sua reticenza.
Il motivo di questo suo ultimo viaggio gli era sfuggito ormai di mente mentre, rispettando una sua personale tradizione, stava compiendo la solita visita al cimitero, un luogo che lo aveva infinitamente inquietato quando era un ragazzino.
Il suo paese non era molto grande, la gente che vi abitava sembrava quasi essere l'estrema estensione di poche famiglie allargatesi allo spasimo, e determinati cognomi, tra cui il suo, ricorrevano con enorme frequenza. Aggiungendo a ciò il fatto che portasse un nome estremamente comune, si poteva capire come in quasi ogni angolo di quel luogo di riposo vi fosse una lapide da cui il suo stesso nome lo fissava come un monito.
L'abitudine, tutta locale, di non porre foto dei cari estinti sulle tombe, di sicuro non migliorava l'atmosfera. Sarebbe stato ben diverso, più tranquillizzante forse, vedere il proprio nome sotto il volto di un perfetto sconosciuto. Sapere che là sotto c'era qualcuno che si chiamava come lui, ma non aveva il suo stesso volto.
Distrattamente prolungò la sua passeggiata fino alle zone più nuove del cimitero, dove le cappelle e le lapidi adornate lasciavano il posto a loculi incasellati come le finestre dei palazzi delle zone industriali.
Lo sguardo gli cadde sull'ennesima lastra su cui spiccava il suo nome, attratto dalla curiosa coincidenza della data di nascita del defunto, uguale alla sua. La sepoltura era recente, la data di morte risaliva a solo pochi giorni prima.
Si ritrovò a sfiorare con la mano i rilievi delle lettere sulla pietra tombale, ad accarezzare il marmo, stupendosi di non trovarlo freddo.
Poi le sue dita, seguite dalla mano, dal braccio e dal resto di lui, andarono oltre, oltre il nome, oltre la lapide, oltre il cemento.
E si ricordò perché era tornato.

venerdì 6 marzo 2009

Il patto

Seduto sul pavimento in pietra, al centro di un complicato simbolo circolare, osservava il pulviscolo danzare pigramente tra i raggi del primo sole, invidiando quell’inconsapevole libertà che a lui era negata.
I disegni arcani che lo circondavano apparivano innocui a chi non ne conosceva il significato, e lo erano per chi non ne subiva l’influenza. Lui non apparteneva a nessuna delle due categorie.
Allungò un braccio che si sarebbe potuto definire ossuto, se solo vi fossero state ossa in quel simulacro che chiamava corpo, e penetrò con un dito adunco e artigliato l’aria davanti a sé, come se avesse voluto saggiare per l’ennesima volta ciò che lo tratteneva. Giunto al limite del circolo, toccò qualcosa che non esisteva, se non per lui, ricevendone una sensazione di solidità e leggero disgusto.
Non sarebbe mai riuscito a uscire da lì con le sue sole forze. Del resto, non aveva importanza.
Quella prigione era una precauzione, nulla più, era ben altro a tenerlo bloccato in quel mondo a cui non apparteneva, costringendolo a servire un essere che considerava inferiore. Se anche fosse riuscito a fuggire, non avrebbe potuto andare lontano.
Ma il tempo passava in quel mondo, passava per tutti, anche per lui, sebbene non su tutti avesse lo stesso effetto. E quella sarebbe stata la chiave della sua liberazione… o della sua vendetta. Negli anni, aveva iniziato a desiderare sempre meno la prima e sempre più la seconda.
Anche quel giorno non dovette attendere molto prima di ricevere il familiare richiamo. Il suo “padrone” - quanto disprezzava la sola idea di poterne avere uno - aveva bisogno di lui per qualche inutile compito.
Percepì un cambiamento attorno a sé e seppe che la sua gabbia invisibile, per il momento, era aperta. Sgranchendosi le piccole ali membranose, apparentemente troppo piccole per poter sostenere il peso del suo corpo, si levò in volo e si diresse con maligna flemma verso la stanza da letto, dove l’uomo lo attendeva.
Fissò con odio quella figura canuta e raggrinzita, coperta fino al mento dalle pesanti coltri. Desiderò una volta ancora di poter porre fine alla sua misera vita, sapendo che comunque sarebbe terminata molto presto anche senza il suo intervento.
“Che vuoi stavolta, vecchio?” gli domandò con voce sgraziata. Aveva imparato a parlare in quel complicato modo dei mortali, facendo vibrare l’aria attraverso la gola, ma il risultato non si avvicinava neppure a quello di una voce umana.
“Vammi a prendere dell’acqua.” gli rispose il mago a fatica.
Ecco come si era ridotto. A fare il cameriere. Se almeno avesse potuto sfogarsi in qualche modo, portando caos e distruzione ai nemici del “padrone”, scatenando i suoi poteri contro qualcuno, o qualcosa… Invece: acqua.
Eseguì il compito che gli era stato richiesto, non potendo fare altrimenti, ma non volle perdere l’occasione di perorare ancora una volta la sua causa.
“Sei sempre più debole, vecchio. Stai per morire e lo sai. Puoi ancora liberarmi, farmi tornare al mio mondo.”
“E perché dovrei farlo?”
“Perché sai cosa farò una volta libero, se non mi rimanderai indietro.”
“Tu non sarai libero. Ricorda il patto.” grugnì l’uomo con più forza di quanta ne avesse in corpo, dovendosi poi interrompere per dar sfogo a un accesso di tosse.
Lui aspettò diligentemente che ricominciasse a parlare, anche se già conosceva le parole che avrebbe pronunciato.
“Hai accettato di non fare danno alcuno alla mia famiglia, e di servire fedelmente me e i miei discendenti. La mia morte non cambierà nulla.”
“La tua discendenza non sarà eterna.” gli ricordò.
“Questo è un problema a cui penserà mio figlio, e suo figlio dopo di lui. Sa cosa deve fare.”
“Ripensaci, vecchio. Se sarò libero, e non potrò tornare indietro, sarà tua la colpa di quello che accadrà.”
“Tu non sarai li…” urlò il mago, ma la voce gli si spezzò in gola mentre annaspava in cerca d’aria, poi il suo sguardo si spense. Il suo modo di vedere il mondo cambiò all’improvviso, e si rese conto di sentirsi diverso.
“Cosa mi hai fatto?” domandò al piccolo demone
“Nulla. Non posso farti alcun male, rammenti. Sei morto, ma non per mano mia.”
“E perché sono ancora qui?” gli chiese, constatando di essere non più sdraiato nel letto ma fluttuante poco sopra di esso. Temendo ciò che avrebbe visto, si rifiutò di abbassare lo sguardo verso il cuscino.
“Ti ho trattenuto io.”
“A che scopo? Non posso più liberarti ora.” La sua voce non era più debole e affaticata, sembrava aver ritrovato l’antico vigore.
“Lo so. Non hai più potere su di me, né purtroppo io su di te.”
“Allora lasciami andare.” protestò il fantasma.
“Lo farò, non posso trattenerti a lungo comunque. Ma volevo che tu sapessi una cosa prima di andare, vecchio.”
“Dilla, dunque, e lasciami.”
“Sappi, vecchio, - gli rispose - che avresti dovuto passare meno tempo ad assicurarti della mia fedeltà… e molto più a pensare a quella di tua moglie.”
E l’orrore negli occhi del fantasma, mentre svaniva con la comprensione di ciò che aveva appena udito, fu la prima gioia della sua nuova libertà.

giovedì 26 febbraio 2009

Punti di vista

James Seward lasciò il mondo dei vivi all'età di settantaquattro anni, senza traumi né dolore. Aveva vissuto una vita tranquilla, e tranquillo fu anche il momento della sua dipartita; lasciò il suo corpo in piena notte, mentre dormiva, senza neppure rendersene conto.
Fino alla mattina credette di essersi risvegliato e di non riuscire a riprendere sonno, ma non si sentiva stanco né assonnato, non aveva gli occhi pesanti come accade di solito a chi fatica ad addormentarsi, e non era neppure scomodo nella posizione in cui si trovava. Non avrebbe potuto cambiarla neppure volendo, ma visto che non sentiva il bisogno di farlo non lo avrebbe mai scoperto.
Fu solo quando sua figlia Angelica si recò da lui per dargli il buongiorno e avvisarlo che la colazione era pronta che si rese conto che qualcosa non andava. Per quanto lui le parlasse e le rispondesse, dopo un po’ anche ad alta voce, visto che pareva non riuscire a sentirlo, lei non se ne accorgeva affatto e continuava a chiamarlo e a scuoterlo leggermente per le spalle. A un certo punto notò che le venivano le lacrime agli occhi, e solo allora vide anche un'altra cosa che, fino a quel momento, non aveva scorto, o forse aveva preferito ignorare: la scena a cui stava assistendo la vedeva dall'alto, osservando il tutto come in uno strano filmato tridimensionale, e riusciva persino a vedere sé stesso sdraiato nel suo letto, inerte. Fu allora che comprese di essere morto, ma la cosa non lo intristì più di tanto. Prima o poi, si disse, doveva pur capitare e, del resto, non si sentiva affatto male, anzi… non era mai stato tanto bene in tutta la sua vita.

Partecipò al suo funerale più che altro per curiosità. Pensava che una cosa del genere non gli sarebbe mai capitata, e di sicuro non si sarebbe ripetuta. Osservò tutti i parenti e gli amici venuti a rendergli omaggio, bofonchiando alla vista di persone che non si erano mai degnate di fargli visita quando avrebbe potuto gradirlo e si presentavano ora che non gliene importava più nulla. Vide gente che chiacchierava allegramente, cosa che gli parve poco rispettosa, altra di cui a malapena ricordava nomi e volti, e tra loro qualcuno che piangeva a dirotto. Si chiese il motivo di tanta tristezza: in fondo, lui era l'unico ad aver perso qualcosa, e se non dispiaceva a lui che motivo avevano gli altri di disperarsi a tal punto? D'altra parte, comprese, questa era una verità che aveva potuto apprendere solo dopo aver oltrepassato la soglia della mortalità, perciò non poteva pretendere che altri condividessero le sue stesse sensazioni; anche lui si sarebbe comportato allo stesso modo, quand'era vivo, se uno dei suoi parenti più cari fosse trapassato. L'aver abbandonato le sue spoglie mortali aveva mutato impercettibilmente, ma a fondo, il suo modo di vedere il mondo, cancellato i lati negativi comuni a tutti gli esseri umani, così ora non avrebbe mai potuto piangere alla morte di qualcuno, poiché comprendeva che per lui era solo l'inizio di una vita diversa, forse migliore.

Seguì il corteo funebre fino al cimitero, ma non volle assistere al seppellimento della bara, più che altro perché aveva perso interesse. Sentì qualcosa di indefinibile che lo attraeva verso un punto lontano ma vicinissimo al luogo in cui si trovava, un concetto che in quel momento comprendeva pienamente ma che non sarebbe mai stato in grado di spiegare. Si affrettò a seguire il suo nuovo istinto e giunse così dall'altra parte.
Si ritrovò ben presto in un mondo totalmente diverso da quanto aveva mai potuto vedere o anche solo immaginare prima di allora. Era un luogo del tutto privo di materialità, dove tutto ciò che esisteva era pura energia, di un tipo che alcuni avrebbero potuto chiamare spirito ma che, comunque, non aveva uguale nel mondo dei viventi. Attorno a lui fluttuavano lievemente migliaia di aloni di luce chiara, dei colori più disparati che, come imparò poi, altro non erano che anime. Con la sua nuova sensibilità poteva guardare in ogni direzione, e ovunque ne scorgeva una moltitudine. Si accorse che, sebbene fossero apparentemente tutti uguali, poteva distinguerli l'uno dall'altro non meno di quanto avrebbe potuto fare con i suoi tre figli fino a poco tempo prima. In un secondo tempo si rese conto che anche lui, ormai, era identico a ognuno di quegli aloni, eppure profondamente diverso. Non era più James Seward, non interamente almeno, ma rimaneva un'entità unica e distinta dalle altre, come ognuna delle anime che lo attorniavano.

Di tanto in tanto riattraversava il confine per andare a osservare i suoi parenti rimasti ancora in vita, ma non lo faceva spesso. Sapeva di alcuni che avevano voluto rimanere da quella parte anche dopo il trapasso, ma lui si trovava benissimo nel mondo delle anime, e se si allontanava era solo per controllare che i suoi cari stessero bene e non avessero bisogno di nulla. Per il resto, restava il più possibile in quel nuovo mondo senza tempo, che imparava a conoscere sempre meglio.
Aveva appreso quasi subito che il modo di comunicare tra anime era molto diverso rispetto a quello utilizzato dai mortali, per quanto i risultati fossero più o meno gli stessi. Il passaggio delle informazioni avveniva sotto forma di trasmissione emotiva, mentre lo stato emozionale di ogni anima era segnalato da un cambiamento del suo colore, che mutava a ogni anche minima variazione dell'umore. Ben presto fu in grado di distinguere e comprendere ogni tonalità cromatica di quegli aloni luminosi, e capì che nessuno di loro avrebbe mai potuto mentire, poiché il suo colore lo avrebbe irrimediabilmente rivelato.

Tali e tante erano le cose da apprendere nella sua nuova esistenza che ormai nessuna, credeva, sarebbe stata più in grado di stupirlo, poiché si aspettava sempre qualche novità, o qualche dettaglio che non aveva immaginato in precedenza. Eppure, gli capitò dopo un tempo imprecisato di assistere a qualcosa che risvegliò in lui il sentimento di stupore che credeva ormai di aver perduto per sempre.
Era intento a godersi ogni istante della sua nuova condizione, quando si accorse di una moltitudine di anime che si radunavano in corrispondenza di uno degli innumerevoli passaggi nel confine col mondo mortale. Non aveva mai visto tante anime insieme, neppure nel giorno in cui lo avevano accolto tra loro, e molte tra esse avevano i toni cupi del dispiacere e della tristezza. Era davvero qualcosa su cui indagare, così si avvicinò fluttuando al gruppo e si avvide che dinnanzi a tutti vi era un alone leggermente discosto dagli altri, apparentemente in attesa di poter valicare il confine. Le anime più vicine a questi rifulgevano dei colori più tristi che gli fosse mai capitato di vedere, e la cosa gli parve stranissima, abituato com'era a un mondo in cui nessuno era meno che tranquillo e felice.
Raggiunse uno dei presenti e, nel loro linguaggio senza parole, gli domandò cosa stesse mai accadendo. Questi rimase inerte per un attimo, mentre l'anima più lontana scompariva oltre le nebbie che davano accesso all'altro mondo. Poi, mentre il suo colore si caricava di un tono leggermente più spento, a indicare il dolore che l'evento gli aveva arrecato, rispose senza un suono "Ahimè, poverino. È appena nato."

venerdì 20 febbraio 2009

Specchio Specchio

La regina era infelice.
Aveva sotto di sé un piccolo regno, non particolarmente ricco, che non le consentiva neppure di ricavare molto con le tasse.
Aveva moltissimi amanti, ma nessuno che l’amasse veramente o la rendesse felice al di fuori del letto, ed era sicura che tutti loro stessero con lei solo perché era bella e, soprattutto, era la regina.
Tutto questo non le bastava più, se mai l’aveva fatto.
Per questo aveva impiegato anni a studiare le arti arcane al solo scopo di trovare le risposte di cui aveva bisogno, e alla fine aveva impiegato tutte le sue risorse per creare una pozione che l’avrebbe aiutata a risolvere il suo problema.
Brillante come argento, il liquido era ora all’interno di una boccetta, e quando lei lo versò sulla superficie dell’elaborato specchio che teneva da sempre nella sua camera, questa parve assimilarlo, come fosse stata acqua versata in un laghetto.
Vi fu qualche increspatura, quindi la lastra di vetro tornò tranquilla e immota come sempre.
La regina rimise lo specchio contro la parete, osservò per un po’ il suo riflesso, quasi temesse di mettere alla prova il suo risultato, e infine si decise.
“Specchio, specchio, mostrami dove potrò trovare l’amore.” ordinò.
Non accadde nulla, lo specchio continuava a mostrare il suo riflesso.
Innervosita, la regina decise di provare ancora.
“Specchio, specchio, mostrami dove potrò trovare la felicità.”
Ancora una volta, nello specchio nulla cambiò.
Ormai decisamente alterata, la regina si dispose a fare un ultimo tentativo.
“Specchio, specchio, mostrami dove potrò trovare la ricchezza.”
Quando, nuovamente, nello specchio non vide altro che il suo volto, la regina cedette alla collera, afferrò un pesante soprammobile e fece per scagliarlo contro il vetro, bloccandosi all’ultimo istante quando si rese conto che il suo riflesso era invece rimasto fermo, e stava iniziando a parlare.
“È questa, dunque, la tua riconoscenza?” domandò la regina dall’altra parte.
“Riconoscenza? - quasi ringhiò, ben poco regalmente, quella vera - E per cosa? Non hai risposto a una sola delle mie richieste!”
“Non è così. Mi hai chiesto dove trovare l’amore, e te l’ho mostrato. Mi hai chiesto dove trovare la felicità, e te l’ho mostrato. Mi hai…”
La regina lo interruppe.
“Non mi hai mostrato nient’altro che il mio riflesso!”
“È così, infatti. Perché quello che cerchi è solo dentro di te che potrai trovarlo.”
L’espressione della regina cambiò, mentre la collera scompariva per lasciare posto dapprima a stupore, poi a una vaga confusione quando si rese conto di un’incongruenza.
“Capisco l’amore e la felicità - disse ancora - ma come potrei mai trovare la ricchezza dentro di me?”
“Quella, in effetti, no. - rispose lo specchio - … ma se solo tu ti decidessi a farti pagare invece di darla via gratis…”