sabato 16 luglio 2011

Out Of Memory

Aprì gli occhi in una strada sconosciuta. Per qualche istante si guardò intorno, disorientato. Poi, d'istinto, abbassò lo sguardo sulle mani che teneva protese in avanti senza comprenderne la ragione. Pallide, affusolate, con una lieve peluria scura sul dorso. Erano le sue mani. Il sangue che le macchiava, però, non sembrava essere il suo.
Non aveva ferite, per quanto gli era possibile notare a una prima ispezione. Qualche ammaccatura al più, nulla che sanguinasse.
E continuava a non sapere dove fosse. La strada era un vicolo cieco, illuminato a stento. In fondo un cumulo di spazzatura abbandonato, più vicine delle schegge di vetro e una sedia a rotelle di foggia antica, con una ruota che girava pigra cigolando appena.
Non si chiedeva come il suo corpo fosse arrivato lì, sarebbe stato inutile. Quello che non capiva era come vi fosse giunta la sua mente.

L'ingresso riservato ai dipendenti era in genere più trafficato di quello aperto al pubblico, che in effetti veniva utilizzato molto di rado. Anche arrivando con oltre un'ora di ritardo, Joe si ritrovò a incrociare parecchi dei suoi colleghi in entrata o in uscita. La prima volta che gli era successo li aveva ingenuamente salutati, ricevendo in cambio sguardi sorpresi ed espressioni imbarazzate. Non aveva impiegato molto a comprendere l'errore, e si era ben guardato dal ripeterlo.
Superata la prima porta, si rivolse all'uomo dietro il banco della sorveglianza con un saluto e un sorriso. Con lui quel genere di problemi non si applicava.
«Buongiorno Joe. Fatto tardi oggi?»
Lui gli mostrò il tesserino, che subito venne registrato dal rilevatore di accessi.
«Ah, visita periodica. Tutto bene?» chiese l'uomo. La domanda era retorica, i risultati erano già apparsi a video sul suo terminale assieme all'autorizzazione all'ingresso.
«Tutto nella norma, grazie.»
«Mi fa piacere. Sei uno dei pochi che è arrivato alla decima.»
Joe fece una smorfia. «Perché? Gli altri che fanno, muoiono prima?»
«Cambiano lavoro.»
Joe si strinse nelle spalle, sorrise e si avviò lungo il corridoio. Non aveva problemi col suo lavoro, perché cambiarlo?
Raggiunse la sua stanza, si tolse la giacca e la appese nell'angolo nascosto, poi passò una mano sul sensore per attivare le webcam e si sedette sul divanetto al centro, attivando i controlli per il riproduttore audio.
Quella parte, starsene lì in mostra e in attesa, era in effetti un po' noiosa, ma in genere impiegava il tempo leggendo o ascoltando musica. Di solito comunque non doveva aspettare a lungo prima che gli venisse segnalata la connessione di un cliente. Era un bel ragazzo, si teneva in forma e aveva un'espressione amichevole. Nonostante le previsioni, le richieste non gli erano mai mancate.

«Vedo che non ha firmato la liberatoria per le attività sessuali.»
Joe guardò l'esaminatore e si strinse nelle spalle. «Preferisco evitare.»
«Certo, è una sua scelta, ma devo avvertirla che questo ridurrà i potenziali clienti, e se non dovesse soddisfare i requisiti minimi...»
«Posso sempre ripensarci se vedo che le cose non vanno bene, giusto?»
«Sì, ma comunque avrà poco tempo per raggiungere la quota mensile.»
La risposta fu un'altra alzata di spalle condita da un sorriso.
«Come vuole. Ha già un backup?»
Joe lo guardò sorpreso «Credevo non servisse.»
«È solo per risparmiare tempo, gliene faremo uno prima che inizi in modo da dover fare solo aggiornamenti sul momento. Ai clienti non piace dover attendere troppo prima dell'upload.»
«Immagino», rispose lui, che in realtà non immaginava ma si sentiva in dovere di dire qualcosa.
«Vedo che non ha esperienze precedenti di condivisione.»
Joe fece un cenno negativo con la testa. Chissà poi perché la chiamavano "condivisione", visto che non si condivideva nulla. "Affitto" forse avrebbe avuto più senso.
«È un problema?» si decise a domandare.
«Dovrà dirmelo lei tra una settimana o due, ammesso ovviamente che abbia avuto dei clienti.» Il ragazzo si trattenne dal fare un plateale segno di scongiuro. «Può essere disorientante, non tutti si sentono a loro agio.»
«Mi hanno detto che non ci si accorge di niente.»
«Infatti, è proprio quello il problema. Comunque sia, benvenuto alla BS signor Lang, ci auguriamo che resterà tra noi a lungo.»
"Ammesso ovviamente che abbia dei clienti", pensò lui, ma evitò di dar voce al commento.

Doveva essere successo qualcosa, qualcosa di grave, ma cosa?
L'unico modo per saperlo era tornare alla BS e far verificare i log. Privacy o non privacy avrebbero dovuto farlo, di fronte a un'anomalia tanto evidente. Il problema era come arrivarci se neanche sapeva dove si trovava.
Si specchiò nel vetro di un portone. Oltre alle mani aveva anche il viso chiazzato di sangue, e così gli abiti, una maglia e un paio di jeans che sembravano suoi ma non ricordava di aver indossato. Girare per strada in quelle condizioni era escluso, lo avrebbero arrestato senza dargli la possibilità di spiegare nulla.
E del resto cosa poteva spiegare? Non aveva idea di cosa fosse accaduto, e lo scarico di responsabilità serviva a poco se non poteva provare di non essere in possesso del suo corpo. Nessuno gli avrebbe creduto se avesse detto di esservi tornato fuori dalla BS. Non ci credeva del tutto neppure lui.
Un lieve ronzio lo distolse dai suoi pensieri. Una ronda stava avvicinandosi all'imbocco del vicolo e lui se ne stava lì in bella vista.
Senza riflettere su quello che stava facendo, corse verso la sedia a rotelle, la rimise in piedi, premette quello che sperava fosse il freno e vi salì sopra, guadagnando il mezzo metro necessario ad aggrapparsi alle sbarre del balcone più vicino alla strada.
Si sollevò per metà, poi l'attrezzo infernale, che a quanto pareva non era stato frenato affatto, gli corse via da sotto lasciandolo sospeso e rischiando di farlo finire in terra.
Imprecò in silenzio, fece uno sforzo e si issò oltre la ringhiera. Non aveva bene idea di come entrare, ma non dovette riflettere a lungo: il vetro del finestrone era rotto, grosse schegge gli scricchiolarono sotto i piedi non appena si calò dall'altro lato.
Si voltò a guardare la strada. C'erano vetri anche lì, ora erano nascosti dal crepuscolo ma ricordava di averli visti. Che qualcuno avesse sfondato proprio quella finestra?
La situazione sembrava diventare più complicata. Se avesse saputo che un giorno sarebbe finito così, non avrebbe mai risposto all'annuncio.

«Che significa 'condivisione corporea'?»
Mara sollevò lo sguardo dal giornale da cui aveva appena declamato a voce alta una delle offerte di lavoro.
«Sai, a volte mi chiedo in che mondo vivi Joe.»
«A volte me lo chiedo anche io, ma questo non risponde alla mia domanda.»
«Significa che la gente paga per scaricare la loro mente nel tuo corpo e usarlo per un po'. Paga bene.»
«Il mio corpo? E che se ne fa?»
«'Tuo' per modo di dire, paga per usare il corpo di qualcun altro. E ci fa un po' di tutto: scalate, immersioni, cose che coi loro corpi non potrebbero fare, insomma. Questa però è una ditta per condivisioni a breve termine, quindi immagino che al massimo andranno a fare scena da qualche parte... o a letto con qualcuno.»
«Cioè dovrei permettere a qualcuno di usare il mio corpo per fare sesso con chi gli pare?»
«Non lo so, magari no, vai e chiedi. O visita il loro sito.»
«Ma... intanto che loro usano il mio corpo io che faccio? Sto lì a guardare?»
«No, tu sei fuori. Quando hanno finito vieni ricaricato. Ma davvero non lo sai?»
Joe scosse la testa.
«Hai presente i backup cerebrali?»
«Sì. Li fanno i ricchi per garantirsi contro i danni al cervello.»
«Be', è la stessa cosa. Ti fanno un backup e poi ti riscrivono il cervello con quello del cliente. Quando lui restituisce il corpo, ti reinstallano il backup. Nel frattempo tu non ci sei e basta, un po' come se dormissi.»
«E perché qualcuno accetta di... condividere il suo corpo.»
«Perché lo pagano.»
«Tutto qui?»
Mara girò il giornale perché potesse vederlo anche lui, puntando il dito verso lo stipendio base dichiarato nell'annuncio.
Joe si piegò in avanti, per un attimo senza capire cosa dovesse leggere. Poi focalizzò lo sguardo sulla cifra.
Tutto quello che disse fu: «Ah!»

L'appartamento era rischiarato da una debole luce. L'interno era piuttosto squallido, scarsamente ammobiliato: una libreria disadorna, una sedia, una piccola scrivania. Su quest'ultima, uno schermo 3D collegato a un'interfaccia neurale di ultima generazione spiccava come una nota stonata in quella sinfonia di frugalità.
Era lo schermo l'unica fonte di illuminazione. Joe lo guardò di sfuggita e la data, in alto a sinistra, lo colpì: 16 Gennaio 2029. Se era corretta, perché lui ricordava come ultima cosa di essere andato a lavoro il 15? Non poteva essere un suo errore, una data come quella ormai era semplice da ricordare.

«Può rivestirsi», lo informò il dottore mentre rimuoveva l'ultimo dei sensori dalla sua fronte.
Joe eseguì in silenzio. La visita era stata lunga ma non troppo sgradevole, solo una serie di esami diagnostici non invasivi. Aveva passato di peggio.
«Quindi è tutto a posto?», chiese dopo aver indossato i suoi abiti.
«Fisicamente è abbastanza in forma, e non ho riscontrato niente che possa far pensare che avrà effetti collaterali dalla riprogrammazione cerebrale ripetuta.»
«Possono essercene?», domandò, senza ottenere risposta.
«Ecco, tenga». Il medico gli stava porgendo un tesserino delle dimensioni di una carta di credito. Lui lo prese con scarsa convinzione.
«Che devo farci?»
«Le servirà a entrare in sede dall'ingresso dipendenti. Contiene i suoi dati personali e l'esito della visita che ha appena fatto. Se salta una visita, il tesserino lo segnala e le verrà impedito di lavorare finché non si rimette in pari.»
«Ogni quanto devo venire a farmi visitare?»
«Finché continua a lavorare alla BS, il 15 Gennaio e il 15 Luglio di ogni anno, senza eccezioni.»
«Anche di domenica e festivi?»
«Anche se gli alieni avessero appena invaso la Terra e la stessero cercando per mangiarla.»
«Perché?»
«Perché lo dico io. E se io non dico che può continuare a lavorare, lei è fuori. Le basta come motivazione?»
«Immagino che mi debba bastare.»

Il ronzio si fece più vicino. La ronda stava entrando nel vicolo, e non era il caso che lui se ne restasse lì a rimuginare.
Sulla moquette consumata si vedevano due tracce scure andare dal balcone fino alla porta della stanza. Joe le seguì senza calpestarle, muovendosi a passi lenti come se temesse che qualcuno potesse essere in attesa oltre la soglia per aggredirlo.
Sbucò in un corridoio in penombra, o per meglio dire in un'oscurità smorzata dalla luce proveniente da una porta socchiusa alla sua sinistra. Dove il pavimento era visibile, le due tracce che aveva seguito si rivelavano come chiazze allungate di un rosso bruno, non dissimili dalle macchie che lui stesso aveva addosso.
Qualunque cosa fosse successa doveva essersi svolta lì, e a questo punto sentiva il bisogno di sapere.
Si avvicinò all'ingresso della stanza e si sporse quel tanto che bastava per vederne l'interno. Era occupato quasi del tutto da un letto, poco più che un materasso e una coperta gettati su una rete alla bell'e meglio. Vi giaceva il corpo di una ragazza con la gola tagliata. La coperta era zuppa di sangue, ma ce n'era una pozza sul pavimento che non poteva essere arrivata lì dal letto.
Era da questa che partivano le due strisce dirette al balcone. Joe le seguì ancora una volta con lo sguardo e solo in quel momento si rese conto che stava lasciando deboli impronte rossastre dietro di sé. Eppure era sicuro di non aver calpestato il sangue.
Sorvolando su questo ennesimo mistero, indietreggiò fuori dalla stanza. Aveva lasciato già fin troppe tracce di sé, e non riteneva opportuno continuare a ficcanasare in giro.
A quanto pareva, qualcuno aveva usato il suo corpo per un omicidio, per quanto la cosa apparisse priva di logica. Come sperava di farla franca?

«Primo giorno?»
Joe sorrise all'uomo dietro il banco. «Si capisce subito?»
«No, è scritto qui», replicò questi indicando lo schermo davanti a sé. «Deve attendere un attimo.»
Fu un attimo per davvero. Poco dopo, fece la sua apparizione una ragazza sulla ventina, struccata e sorridente, che avanzò verso di lui a mano tesa. «Joe Lang?»
«In persona.»
«Sono Shirley, responsabile ambientamento. Vieni, ti mostro dove lavorerai.»
La seguì in quella che sarebbe diventata la sua stanza negli anni a venire, per quanto in realtà venisse usata da altri nei suoi turni di riposo. Era un semplice locale pressoché vuoto, pareti azzurrine che circondavano un divano ed erano circondate da piccole telecamere sferiche.
«Quell'angolo laggiù non viene mai inquadrato», gli spiegò Shirley indicando un punto in direzione dell'entrata. «Puoi poggiarci la tua roba, appenderci il cappotto, quello che vuoi. La porta dall'altro lato è il bagno, se devi andarci usa il sensore vicino all'ingresso per metterti in pausa, non lasciare mai la stanza vuota senza averlo fatto. Sul divano hai comandi per la musica...»
«Ma che devo fare di preciso?», la interruppe lui.
«Niente, stare qui e aspettare. Quando qualcuno ti richiede ti compare un messaggio sullo schermo, lì. A quel punto colleghi i sensori, aggiorni il tuo backup e il cliente fa l'upload.»
«E poi?»
«Poi niente. Quando il cliente ha finito ti riporta qui, attiva il download e appena ha finito il tuo backup viene reinstallato. Non te ne accorgi neppure.»
«E che succede se non mi riporta indietro?»
«Ti recuperiamo noi. Finché sei in condivisione viene tutto registrato nei log. Sono criptati per la privacy ma in caso di necessità accediamo, vediamo dove sei e ti veniamo a prendere. E poi, ovviamente, sappiamo sempre chi ti sta usando e da dove, quindi recuperiamo anche loro.»
«Quindi... tutto quello che faccio da adesso in poi è registrato?»
«No. Quello che fa il tuo corpo da adesso in poi è registrato. Quando sei fuori servizio, o anche quando sei qui in attesa di un cliente, non registriamo nulla. Ma durante la condivisione sì. È per la tua sicurezza. Se qualcuno commettesse un crimine usando il tuo corpo sapremmo subito chi è e cosa ha fatto, non dovresti neanche preoccuparti di giustificarti.»
«E se mi fanno... mi faccio... se subisco dei danni?»
«Ah be', per quello c'è l'assicurazione.»

Era tornato nel corridoio. E ora?
Anche se fosse uscito dalla porta principale era probabile che si sarebbe ritrovato al punto di partenza. Forse la cosa migliore era aspettare lì finché non fosse stato certo che la ronda era andata via, e poi trovare un modo di tornare alla BS e chiarire la situazione.
Forse avrebbe anche funzionato, se in quel momento non avessero suonato alla porta.
Joe si immobilizzò, cercando di non fare nessun rumore. Trattenne perfino il respiro, anche se non era certo che i sensori della polizia fossero così accurati.
Per un istante pensò che se la sarebbe cavata così, forse era solo un vicino che veniva a chiedere una tazza di zucchero, ma poi il campanello suonò ancora, accompagnato da una voce atona «Aprite. Polizia.»
Non per la prima volta da quando si era risvegliato, Joe abbandonò la logica e agì d'istinto. Si rituffò nella stanza dalla quale era entrato, superò con un balzo la ringhiera del balcone e atterrò malamente sulla sedia a rotelle che sembrava quasi volergli dare impiccio di proposito. La spinse via da sé con stizza, senza pensare, e inorridì al contatto della pelle con il tessuto di cui era rivestito il telaio. Era intriso di qualcosa di umido e appiccicoso e, sebbene fosse ormai troppo buio per vedere bene, aveva pochi dubbi su cosa potesse essere.
Si rialzò, zoppicando su una caviglia dolorante. Fece due, forse tre passi, poi una luce lo investì in pieno volto.
«Fermo. Polizia», declamò una voce con l'espressività di un treno merci. Il droide poliziotto fluttuava serafico a meno di mezzo metro da lui, con l'unità antigravitazionale che ronzava sommessamente nel silenzio.

Il pianerottolo era buio, ma in qualche modo riusciva a vedere a sufficienza. Una mano entrò nel suo campo visivo, raggiunse la porta e spinse, non era neppure chiusa.
Nel corridoio la luce era a malapena migliore. Ne arrivava un po' dalla stanza in fondo, e una lama sottile tagliava il buio da una porta semichiusa.
Parve avvicinarsi a quest'ultima, poi cambiare idea. Raggiunse un'altra stanza e la luce si accese senza che avesse fatto nulla, salvo forse pensare.
Era un cucinino con un piccolo piano cottura e qualche pentola appesa a dei ganci sul muro. La sua visione inquadrò un ceppo di coltelli. La mano si protese e ne estrasse uno senza esitazione, poi tornò sui suoi passi, e la luce si spense.
Poco dopo vide aprirsi davanti a sé un'altra camera. Era occupata perlopiù da una scrivania su cui era poggiato uno schermo 3D, ma di fronte a esso c'era una vecchia sedia a rotelle, e lì seduta, se così si poteva dire, una ragazza. Sapeva già che era una ragazza, perché altrimenti avrebbe pensato come prima cosa a una bambola di pezza a grandezza naturale, abbandonata lì perché divenuta inutile.
Le gambe pendevano senza vita, coi piedi storti che si incrociavano. Le braccia erano poggiate sul grembo. La testa ciondolava da un lato, senza nulla che la sostenesse. Gli occhi vitrei fissavano lo schermo, su cui il sito della BS faceva da contorno al video di una stanza vuota. L'immagine venne subito sostituita da uno schermo di stand-by, con l'orario e la data in un angolo e il nulla a fare da padrone nello spazio restante.
Due mani apparvero e afferrarono le maniglie della sedia, spingendola prima in corridoio e poi nella stanza illuminata, accanto al letto intatto che vi si trovava. Una delle due, poi, si ritrasse per un istante, e tornò impugnando il coltello.
Per qualche momento tutto divenne buio. Si udì un rumore indefinibile, un sibilo misto a un gorgoglio, e quando le tenebre scomparvero c'era sangue ovunque.
La scena rimase quasi immutabile a lungo. Il sangue fluiva dalla gola squarciata e la visione tremolava al ritmo dei pochi battiti di cuore residui che continuavano a spingerlo fuori dalle vene.
Le mani tornarono, quasi esitando. Avvolsero il corpo della ragazza e senza sforzo lo adagiarono sul letto. Poi si vide solo il pavimento, attorno alle ruote della sedia, dove il sangue aveva formato una pozza scura. Una mano tirò a sé l'orpello ormai inutile. Sembrava dovesse usare la stessa forza che era stata necessaria a spingerlo fin lì, come se la sua occupante non avesse avuto peso.
La sedia ruotò, o più probabilmente chi la guardava ruotò attorno a lei, per poi essere spinta di nuovo verso lo schermo.
A quel punto, però, la scena parve restringersi, consumarsi lungo i bordi come in un brutto effetto speciale.
«Che succede?», domandò una voce. Nel tono si percepiva stupore, ma anche collera, e delusione.
Il campo si allargò, tornò quasi normale, poi si restrinse ancora.
Con un urlo la sedia venne spinta via, con tale forza da andare oltre il finestrone, romperlo e ribaltarsi contro la ringhiera, precipitando di sotto.
Ora l'immagine pulsava, tornando normale per un attimo per poi restringersi di nuovo, ogni volta più piccola.
La sequenza parve accelerare. Si vide lo schermo, il corridoio, la porta, poi una breve rampa di scale, un portone, e infine un vicolo male illuminato. Scese il buio.

«Ma perché?», domandò Joe. «Se voleva uccidersi perché fare tutto questo?»
«Non poteva uccidersi. Era paralizzata, a stento poteva vivere», gli rispose Shirley. «Ma credo che sperasse di restare nel tuo corpo. Non sapeva che una volta morta lei il collegamento si sarebbe perso e la riprogrammazione si sarebbe cancellata. È per quello che è scattata la segnalazione e ti abbiamo fatto cercare.»
«Per questo non ricordo niente dopo il 15?»
Shirley annuì. «Non ti è stato reinstallato il backup, sei fermo all'ultima reinstallazione. Il tuo cervello si è semplicemente riprogrammato in base a quella. Non si può davvero cancellarlo, sai? Puoi sovrascriverlo ma i dati originali restano lì, solo sepolti.»
«Ma... come...» Non sapeva neppure lui cosa avrebbe voluto chiedere. La ragazza rispose comunque.
«Viveva con un minimo sussidio, assistenza domiciliare saltuaria e uno schermo 3D passato dall'assicurazione. Almeno la sua mente poteva fare qualcosa. Deve aver risparmiato ogni centesimo per permettersi la condivisione, chissà da quanto ci pensava.»
Joe non disse nulla. Aveva passato gli ultimi anni a dare in prestito un corpo a gente troppo annoiata per usare il proprio o troppo pigra per averne cura. In qualche modo aveva rimosso dai suoi pensieri il fatto che potessero esistere persone per cui perfino un corpo funzionante era un lusso.
«Comunque,» riprese Shirley, «l'importante è che sia stato risolto tutto. Non devi far altro che passare dal Dr Marks e farti reinstallare l'ultimo backup, e poi potrai scordarti di tutta questa storia. Sarà come se non fosse mai avvenuta.»
«È proprio necessario?»
Shirley lo guardò incredula. «Non vuoi recuperare i tuoi ricordi mancanti?»
«Non è questo. Penso solo che ci siano cose che meritano più di altre di non essere dimenticate.»

venerdì 8 aprile 2011

Vermi

Sul legno scuro del tavolo, il piccolo verme biancastro spiccava come una falce di luna nel cielo notturno.
Laura, dalla sua sedia, stava ferma a osservarlo con quell'ingenuo entusiasmo che nasce quando ci si trova di fronte a un'opera della natura talmente comune da averla dimenticata.
Il vermetto si contorceva sul posto, incurvandosi e agitandosi come una tartaruga rovesciata sulla schiena, senza fare il minimo progresso.
Mentre si domandava senza una vera ragione se i vermi avessero, dopo tutto, una schiena, Laura pensò che era curioso che fosse giunto fin lì, al centro del tavolo, e ora non sapesse andare oltre.
Dopo un po' staccò un angolino di pagina dalla rivista che stava leggendo e lo usò per raccogliere il verme con delicatezza. Si alzò, uscì nel giardino dietro la casa portandolo con sé, si chinò e lo depositò nel terreno. Quello era il suo posto.
Poi si raddrizzò e alzò lo sguardo al cielo, verso una luna quasi piena che si affacciava tra le nubi rade, e respirò a fondo l'aria della libertà. Quello era il suo posto, dove era nata e cresciuta, e adesso, dopo tanto tempo, era di nuovo davvero suo.

Click.
La fiamma si alzava diritta dal parallelepipedo di plastica e metallo e Laura la fissava come affascinata, persa in realtà nei propri indistinti pensieri.
Click.
Il dito si sollevava e l'accendino tornava a spegnersi, ridiventando un oggetto morto, o forse morente visto il calore residuo che pian piano si dissipava.
Click.
La fiamma ricompariva, sempre identica, come non fosse mai andata via. Era di nuovo viva, resuscitata da un semplice gesto. Era un peccato che per gli uomini non funzionasse così. O forse, dopo tutto, un bene.
Click.
Click.
Click.
Si rese conto solo dopo un po' che Dario, seduto dietro il volante, le stava parlando.
«Scusami, hai detto qualcosa?», gli domandò, distogliendo lo sguardo dall'accendino spento.
«Ti ho solo chiesto se hai iniziato a fumare», rispose lui.
Lei lo guardò per un istante senza comprendere, poi lo sguardo le cadde di nuovo sulla sua mano e su ciò che conteneva.
«Ah, no, no, figurati. Questo era di Carlo. Non so neanche perché l'ho tenuto.»
«Non come ricordo, immagino.»
Laura rivolse al collega un sorriso amaro. Andavano in ufficio assieme tutti i giorni, da anni, era inevitabile che parlassero lungo il percorso, e che le loro conversazioni divenissero sempre più personali col tempo. Lui sapeva molto della sua travagliata vita matrimoniale, della sua passata vita matrimoniale. Non tutto, certo, ma abbastanza da capire che lei non aveva nessuna voglia di conservarne il ricordo.
«No, no davvero. Avrò pensato che può sempre tornare utile. Più di lui, comunque.»
«Hai poi saputo dove se ne sia andato?»
Lei si strinse nelle spalle. «Non mi interessa. In ogni caso, non sarà mai abbastanza lontano.»

La chiave entrò nella toppa solo al terzo tentativo, ostacolata dal tremolio della mano e dalle lacrime che velavano gli occhi di Laura.
Le era successo altre volte di faticare a inserirla, spesso per gli stessi sintomi, ma non per la stessa ragione, perché questa volta stava ridendo.
Forse era anche un po' ubriaca, giusto un pochino, ma non le interessava. Doveva renderne conto solo a sé stessa, e al momento si sentiva molto disponibile a perdonarselo.
Accese la luce nell'ingresso e sussultò trovandosi qualcuno davanti, poi realizzò di star guardando lo specchio e scoppiò in una nuova risata.
Certo, dovette ammettere, la sua sorpresa era giustificata. A vedersi così, in abito lungo e tacchi alti, col trucco sul volto che andava un po' oltre il solito strato di fondotinta messo più per occultare che per abbellire, faticava a riconoscersi. Non sembrava tanto essere di ritorno da una cena coi colleghi, la prima a cui avesse mai potuto partecipare, quanto giungere da un mondo parallelo, uno in cui la sua vita era diversa. No, era stata diversa, perché ora i due mondi si erano ricongiunti, e il passato non sarebbe tornato a tormentarla.
Poggiata la borsetta sulla specchiera, andò in camera da letto. Stava per iniziare a spogliarsi quando qualcosa le cadde su una spalla, qualcosa di piccolo e viscido.
Voltò lo sguardo e vide un piccolo verme bianco che si agitava sulla sua pelle nuda. D'istinto lo spazzò via con un colpo del dito. Di norma insetti e vermi non le causavano paura o repulsione, ma non per questo sentirseli camminare addosso era piacevole. Ma da dove era arrivato?
Sollevò lo sguardo e rimase attonita a fissare il soffitto.
Decine, forse centinaia di vermi dello stesso tipo, bianco-giallastri con un puntino nero a un'estremità, se ne stavano lì a costellare la volta come fosse stata la cosa più normale del mondo. Alcuni strisciavano senza una meta apparente, altri erano arrotolati in piccole spirali. Qualcuno pendeva da un lato, reggendosi solo con una metà del corpo, sul punto di fare la fine di quello che aveva appena scacciato.
Era uno spettacolo molto insolito. Nonostante il giardino e le piante di fuori, non aveva mai avuto un'invasione del genere in casa, e l'idea di andare a dormire sotto un cielo di vermi non le piaceva affatto. Pensò a cosa avrebbe potuto fare.
Montare su una scala e portarli fuori uno a uno era impensabile. Rispettare la natura era un conto, passare una notte insonne per aiutarla a traslocare era un altro. Quelle creature avevano invaso il suo territorio, e le avrebbe trattate da invasori.
Ricordava di avere dell'insetticida in bagno. Anche se era per le formiche e gli scarafaggi, probabilmente sarebbe andato bene lo stesso, ma cosa avrebbe ottenuto? Appestare la stanza e poi farseli cadere addosso comunque?
Dopo un attimo di riflessione, calciò via le scarpe, si sollevò il vestito con le mani e uscì in corridoio, diretta allo sgabuzzino. Fece ritorno poco dopo armata del suo fido aspirapolvere, su cui aveva montato tutte le prolunghe disponibili.
Attaccò la spina, premette il pulsante e il ruggito dell'apparecchio squarciò il silenzio della notte. Per fortuna casa sua era abbastanza isolata e nessuno sarebbe venuto a lamentarsi. Aveva fatto rumori ben peggiori senza che il resto del mondo ne venisse a parte.
Con calma e dedizione, salendo in piedi sul letto quando era necessario, aspirò gli intrusi uno a uno, finché non riuscì più a vederne.
Poi, per buona misura, spruzzò comunque l'insetticida e andò a dormire nella stanza degli ospiti.

Vrrrrrrr... uhmmmmmm...
Il suono del distributore riusciva a riempire ogni angolo della piccola sala d'aspetto dell'ufficio, mentre il macchinario eseguiva chissà quali complicate operazioni per produrre un bicchiere di caffè troppo caldo e moderatamente imbevibile.
Suo malgrado, Laura se lo immaginava come il rombo di un piccolo camion pieno di omini microscopici che andavano a raccogliere i grani di caffè, li tostavano, li macinavano... e poi con ogni probabilità li gettavano via, versando al loro posto nel bicchiere qualche polverina chimica da mescolare all'acqua bollente.
Mentre aspettava di poter prelevare la bevanda, fece scorrere lo sguardo sulla macchina e scorse un piccolo verme bianco strisciare tra il display e la fessura per inserire le monete.
Non assomigliava a quelli della notte precedente, eppure vederlo le causò una sgradevole sensazione, come se qualcosa di viscido le stesse strisciando sulla pelle.
Senza pensarci, si voltò e uscì dalla saletta, accompagnata dal click che annunciava che il caffè era pronto.

Il fine settimana era da sempre dedicato alle pulizie di casa. Solo di recente, però, Laura aveva iniziato a farle perché era lei a volerlo. Certo, si trattava pur sempre di una necessità, ma aveva smesso di essere un obbligo.
La primavera era sempre più incalzante, il caldo aveva iniziato a farsi sentire, e lei aveva ritenuto opportuno mettere da parte un po' di roba invernale, ormai non più necessaria.
Aveva disposto due pile, ordinate ma non troppo, tra cui aveva suddiviso le cose da portare in lavanderia e quelle che avrebbe invece potuto lavare in casa. Una terza, separata dalle altre, ospitava i vestiti di Carlo: era ancora indecisa se gettarli via o darli in beneficenza.
Dopo aver finito con gli abiti, diede un'occhiata al letto.
La trapunta era ormai troppo pesante per continuare a tenerla, l'avrebbe sostituita con una più sottile, e già che c'era avrebbe cambiato le lenzuola, anche se non era passato molto dall'ultima volta.
Sfilò gli angoli della coperta da sotto il materasso e la tirò a sé, raccogliendola tra le braccia. Stava per portarla al mucchio della lavanderia quando lo sguardo le cadde sulle lenzuola e se la lasciò sfuggire dalle mani.
Dal lato di Carlo, all'altezza del petto, c'era una grossa chiazza giallastra. Una chiazza viva e brulicante.
Sotto i suoi occhi, una miriade di vermi si agitavano in un mucchio scomposto, strisciando sulle lenzuola bianche e gli uni sugli altri, al punto da formare una piccola montagna che sembrava crescere e tendere verso di lei.
Laura provò disgusto e raccapriccio, ma il suo urlo fu di rabbia.
Non si domandò neppure come avessero fatto ad arrivare lì, o da quanto vi si trovassero. Scattò verso il lato del letto, lottando con la trapunta che le si avvolgeva alle gambe, e afferrò il lenzuolo per gli angoli, richiudendolo a sacco attorno alla massa vivente. A passo di marcia uscì dalla porta principale, raggiunse il marciapiede e gettò l'involto nell'immondizia. Poi, senza neanche cambiarsi la tuta informe che indossava per i lavori di casa, proseguì lungo la strada per andare a comprare dell'altro insetticida, a costo di doverne prendere abbastanza da riempire ogni singola stanza della casa.

Tlack.
Lo sportello si chiuse e Laura si accomodò sul sedile.
Vrrr... click.
La fibbia della cintura di sicurezza scattò nel suo alloggiamento.
«Buongiorno.»
Lei si voltò a guardare il volto sorridente di Dario e rispose con un mugugno incomprensibile perfino a se stessa.
«Dormito male?», le domandò lui.
Lei grugnì «No», e quasi si spaventò per il suono della sua voce.
«Non si direbbe.»
«Non ho dormito affatto», precisò lei.
«Questo sì che si direbbe. Che è successo? Non sarà tornato Carlo?»
«Carlo?», la domanda la spiazzò per un attimo. «No. Ho problemi con un altro tipo di vermi.»
«Peggiori di Carlo?»
Lei rifletté un attimo prima di rispondere: «Non hanno mani da alzare, almeno». Poi si rimise a giocare con l'accendino.

Aveva fatto di nuovo tardi. Tra chiacchiere e pettegolezzi non si era accorta del tempo passare del tempo. O, forse, inconsciamente, aveva fatto di tutto per non accorgersene. Per non dover tornare a casa troppo presto.
Era quasi ridicolo. Negli ultimi anni aveva sempre odiato far ritorno a quell'abitazione, pur facendo di tutto per rientrarvi con la massima puntualità. Ora le cose avrebbero dovuto essere diverse, invece la vita aveva uno strano modo di ripresentare scenari sempre simili.
Ma era casa sua. Un verme di taglia umana non le aveva impedito di aggrapparvisi come a un salvagente, un migliaio o anche un milione di dimensioni normali non l'avrebbero tenuta lontana adesso. Nel peggiore dei casi, poteva sempre chiamare una ditta di disinfestazione.
Aprì la porta, accese la luce e si guardò intorno. Non vide nulla che non avrebbe dovuto esserci.
Anche in cucina tutto era normale.
Andò al frigorifero a prendersi dell'acqua e vide la porta dello sgabuzzino. Socchiusa.
Un nuovo tipo di preoccupazione prese il posto della precedente. Sapeva di non averla lasciata così, e i vermi non aprivano di certo le porte.
Afferrando la bottiglia per il collo come un'arma improvvisata, spalancò lo stanzino con un piede. La luce bianca della cucina proiettò ombre deformi sugli scaffali, ma era vuoto. Non c'era abbastanza spazio perché qualcuno potesse nascondervisi, ciononostante Laura si avvicino con cautela e sollevò la mano ad afferrare la cordicella che accendeva la lampadina nuda sul soffitto. Si ritrovò a stringere qualcosa di molle e appiccicoso e la ritirò di scatto, le dita impiastrate di una sostanza bianchiccia.
La lampadina si accese senza riuscire a illuminare altro che l'interno di un osceno grappolo di corpi bianchi e segmentati, che pendeva dal soffitto come un bubbone gravido di pus.
L'urlo di Laura – accompagnato da una lieve puzza di bruciato, dal rumore della bottiglia che si infrangeva al suolo e dal sinistro scoppiettio di vermi troppo vicini alla lampada – durò pochissimo: la colonia di creature si staccò in una sola volta e le piovve addosso, ricoprendola come una mantella vivente.
Lei chiuse la bocca di scatto, cercando tardivamente di preservarla. Un sapore dolceamaro le si spanse sulla lingua mentre le creature le si agitavano tra i denti e le labbra.
Si piegò e sputò, cercando nel contempo di spazzare via i vermi con le mani. Li sentiva tra i capelli e nella camicia, nelle orecchie e sulle palpebre serrate. Solo i jeans attillati sembravano offrire una qualche protezione, almeno per il momento.
A tentoni arrivò al lavandino, estrasse il sifone e aprì al massimo entrambi i rubinetti, puntandosi contro il violento getto. L'acqua spazzò via quel che poté, a lei parve che non sarebbe stato mai abbastanza.
Si piegò nel lavabo per sputare ancora e ancora, poi si sciacquò la bocca e i capelli e solo dopo si decise a riaprire gli occhi. Un attimo dopo, desiderò non averlo fatto.
C'erano vermi ovunque, sui mobili e sulle pareti, sui vetri e sul davanzale della finestra, sul tavolo e tra i fornelli. Solo un tratto di pavimento, pressoché allagato dalla sua performance, era quasi sgombro.
Non poteva restare là dentro un attimo di più.
A grandi passi, rischiando di scivolare sulla poltiglia che creava calpestando la sua nuova e brulicante moquette vivente, raggiunse la porta più vicina e uscì in giardino.
Non fu solo la combinazione della brezza serale e degli abiti zuppi a farla rabbrividire.
Alla luce della luna, il terreno davanti a lei sembrava rivestito di argento vivo. Un'immane, ininterrotto strato di corpi biancastri ricopriva tutto, concentrandosi nell'angolo più lontano, quello dove ancora non cresceva nulla.
Lì, i vermi strisciavano l'uno sull'altro, ammonticchiandosi in un improbabile collinetta che sembrava ondeggiare come la marea. Se già lo spettacolo era incredibile quanto orripilante, lo divenne ancora di più quando la forma si sollevò e prese ad assumere i pur rozzi contorni di un corpo umano.
La parte inferiore non era che un cumulo informe, salendo però assumeva l'aspetto di una vita, un torace abbozzato, perfino delle braccia pendenti e, in cima, di quella che si poteva senza dubbio alcuno definire una testa.
Alcuni dei vermi che componevano la figura parevano cedere alla legge della gravità e ricadevano al suolo, altri però li sostituivano in un fluire incessante e disgustoso.
L'essere non aveva lineamenti. Laura non aveva bisogno di vederne. Sapeva chi era.
«Vattene!», urlò. La voce spezzata da un misto di collera e orrore. «Vattene! Non puoi più stare qui! Se devo ucciderti un'altra volta lo farò! Mi hai sentito?»
Se l'aveva sentita, di certo non aveva apprezzato, poiché prese a muoversi verso di lei in un'oscena parodia di vita. Quelle che ormai erano percepibili come delle gambe non camminavano realmente, piuttosto si scomponevano e mutavano forma per poi tornare a esistere in una posizione più avanzata. Ma la macchinosità dell'operazione non la rendeva meno veloce.
Laura urlò ancora, stavolta emettendo un verso indistinto, e arretrò, chiudendosi la porta davanti. Rispetto all'esterno, la cucina sembrava quasi ospitale, o almeno lo sembrò per pochi istanti, il tempo necessario perché un'onda di vermi si abbattesse sull'ingresso – il rumore fu assurdamente simile a quello del riso gettato a un matrimonio – e iniziasse a entrare da ogni fessura disponibile.
Lei non rimase ad attendere che la figura si riformasse all'interno; si voltò e fuggì, quasi senza guardare dove stesse andando.
L'ingresso era impraticabile, la marea bianca che vi si trovava le sarebbe arrivata alle ginocchia. E se anche l'avesse superata, fuori avrebbe potuto essere anche peggio.
La porta del bagno le si parò davanti come un'oasi nel deserto e lei la aprì, varcandola in un balzo per poi richiudersela dietro.
Stranamente, la stanza era quasi pulita, solo qualche vermetto sperduto si agitava sulla mensola dello specchio.
Laura non perse tempo a domandarsene la ragione e si gettò verso il mobile accanto al lavandino, afferrando la prima bomboletta di insetticida che riuscì a raggiungere.
Si voltò appena in tempo per vedere la porta cedere all'assalto delle creature, e il mostro – il termine le sembrava ridicolo, ma non avrebbe saputo come altro definirlo – riprendere corpo davanti a lei.
Con un urlo belluino puntò la bombola davanti a sé come un talismano. Ebbe appena il tempo di far saltare il tappo, poi la cosa le si gettò contro e la avvolse in un abbraccio letale e orripilante.
Questa volta Laura era più preparata: serrò le labbra e chiuse gli occhi prima di essere investita, pur sapendo che sarebbe servito a poco. Già sentiva i vermi strisciarle sulla faccia, esplorarle le narici e cercare ogni orifizio che fosse possibile invadere.
Agitò le braccia lungo il corpo, cercando di scrollarseli di dosso, intenzionata a lottare fino all'ultimo.
Poi, le sue dita sfiorarono del metallo che le sporgeva dalla tasca.
In un gesto disperato, afferrò l'accendino e lo tese nel mezzo delle creature.
Click.
La fiammella ricomparve come sempre, stavolta accompagnata da uno sgradevole odore di bruciato. Un piccolo spazio vuoto si creò attorno alla sua mano, una piccola libertà del tutto inutile, come un tempo era stato poter andare al lavoro o uscire in giardino per qualche minuto.
Era riuscita a trasformare quelle piccole libertà in qualcosa di più grande, non intendeva cedere senza provare a rifarlo.
Sollevò l'altra mano, premette l'erogatore col pollice. Vi fu un sibilo e poi un soffio infuocato spazzò la stanza davanti a lei, aprendo uno squarcio nel petto dell'essere, nel petto di quello che era stato Carlo. Laura non poté vederlo ma lo sentì, e orientò la fiamma a destra e a sinistra, sentendo la pressione diminuire, i vermi iniziavare a caderle via dal volto.
Si arrischiò ad aprire gli occhi, scrollando la testa per liberarsi da più vermi possibile.
Non c'era più alcuna forma coerente con lei, solo una miriade di corpi che si contorcevano, alcuni ridotti a poco più che chiazze di bruciato.
Sebbene stesse iniziando a scottarsi lei stessa, puntò la bombola verso ogni angolo della stanza, incurante degli asciugamani e delle tende che prendevano fuoco, e continuò a spruzzare finché il gas non si esaurì.
Poi lanciò un urlo liberatorio.

Wooosh.
Il getto violento dell'idrante colpiva come un martello quel che restava della casa: mura annerite e fumo scuro.
Seduta di fuori, avvolta in una coperta, Laura guardava quel che era stato suo ridursi in cenere, cercando di scacciare dalla sua mente quello che aveva vissuto.
Per un attimo si era chiesta se i pompieri sarebbero passati dal giardino, se avrebbero per qualche ragione scoperto cosa si trovava sotto la terra nuda nell'angolo più lontano. Poi si era detta che non le importava.
Non aveva più una casa, ma aveva ancora la sua vita. E se di nuovo avesse perso la libertà, prima o poi se ne sarebbe creata un'altra.

martedì 19 ottobre 2010

Dispersi

La spiaggia che si estendeva infinita dinnanzi a lui avrebbe anche potuto essere un deserto. Il mare, più che un elemento concreto, era un suggerimento di rumore di risacca e odore di salsedine trasportato dal vento.
Lontano, oltre la foresta alle sue spalle, il fumo saliva nero e denso nel cielo altrimenti terso. Era l'unica testimonianza visibile dell'esistenza dell'aereo, fatta eccezione per lui, gli altri e le valigie.
Altri quattro uomini erano lì vicino, nelle sue stesse condizioni. Il sole impietoso aveva già asciugato i loro abiti incrostati di sale e sabbia, dando loro, nel complesso, l'aspetto di antichi relitti rigettati da onde che non desideravano avere nulla a che fare con loro. Forse, come lui, sapevano di essere sopravvissuti al tuffo, alla frenetica nuotata verso la riva e alla camminata sulla sabbia rovente in cerca di altri sopravvissuti solo perché erano troppo doloranti per poter essere morti. Il caldo, quello no, non era un grande indizio.
«Hai trovato qualcosa di utile?», gli domandò uno degli altri, un uomo sulla sessantina ma atletico e asciutto.
Lui tornò ad abbassare lo sguardo sulla valigia che aveva aperto. Non aveva molta importanza di chi fosse, data la situazione.
C'erano dentro dei vestiti, un libro, un orologio e un uovo di pasqua, ancora avvolto nella sua carta laminata bianca e arancio, che il sole aveva ridotto a una massa deforme. Se lo gettò alle spalle. «No. Voi?»
Il ragazzo – un biondino scheletrico dallo sguardo spento che lavorava, a suo dire, in un'officina – sollevò sopra la sua testa qualcosa che a prima vista poteva essere una griglia, ma guardando meglio si rivelò uno stenditoio di quelli che si appendono alle ringhiere dei balconi. Ma chi se ne andava in viaggio con un oggetto del genere?
«Io ho questi», commentò un altro. Aveva un fisico massiccio da palestrato, capelli quasi inesistenti per scelta e mani grandi come pale. Aveva detto di essere un parrucchiere. E aveva in mano un computer, o per meglio dire uno di quei netbook che si usavano di recente, grossi come agende, attaccato con un cavetto a un cellulare quasi altrettanto grande.
«Funzionano?», gli domandò.
«Il pc no. Il cellulare si accende ma non c'è campo.»
Lui levò gli occhi al cielo. Chissà perché la cosa non lo sorprendeva.
«C'era anche questo», aggiunse il coiffeur, sollevando una palla nera irta di punte che gli riempiva la mano.
«E cos'è?», chiese lui, immaginando che l'altro avrebbe estratto un bastone da avvitare nella cosa a mo' di manico per ottenere una perfetta mazza ferrata. Invece estrasse un cordone di alimentazione e ne infilò la spina in una qualche apertura.
«Un adattatore universale», spiegò.
«Bene. Così non dovremo preoccuparci di trovare le prese del tipo giusto.»

Era incredibile che fosse passata solo una settimana. Era incredibile che fossero sopravvissuti nonostante nessuno li avesse soccorsi, a pensarci bene. Eppure erano tutti lì, su una zattera, pronti a prendere il largo nella speranza di raggiungere la terra ferma. Se la sfortuna aveva voluto metterli alla prova, la sua più benevola controparte doveva aver deciso di dare loro una speranza mettendoli assieme.
Il ragazzo smilzo si era rivelato un asso nel costruire attrezzi di fortuna con tutto quanto gli capitava sottomano. Con quelli avevano potuto costruirsi un riparo, ma cosa ancora migliore avevano potuto abbattere alcune tra le tante palme locali che l'uomo anziano, un falegname nientemeno, aveva abilmente tramutato in un'imbarcazione grande abbastanza. Il tutto mentre l'ultimo della compagnia, armato di ago e filo che a quanto pareva si portava sempre dietro in un kit tascabile, aveva cucito assieme gli abiti più disparati per dar loro una vela in piena regola. E lui, da bravo chef, aveva pensato al cibo, industriandosi a cucinare pesce, granchi, perfino piante se sembravano abbastanza commestibili, con l'aiuto del parrucchiere, che come pescatore e raccoglitore di frutta non aveva rivali, almeno non tra loro. L'unica cosa che nessuno aveva voluto toccare era l'uovo di pasqua, che giaceva ancora lì dove era stato gettato, e ormai doveva essere del tutto sciolto dentro la carta. Se lo lasciarono indietro mentre la zattera prendeva il largo.

La vela era un puntino all'orizzonte quando l'uomo uscì, più strisciando che camminando, dalla foresta.
Non sapeva quanto tempo fosse passato dall'incidente. Ricordava a malapena di essere stato risucchiato dall'aereo prima che si schiantasse e di essersi trascinato a stento fuori da una laguna prima di annegarvi. Poi non aveva fatto altro che prendere e riperdere i sensi, cercando di esplorare quanto poteva e mangiando quello che gli capitava, vermi e insetti compresi, pur di sopravvivere.
Quando vide l'origine del luccichio che l'aveva attratto in quella direzione, non seppe se ridere o piangere.
Dopo un po', si decise a raggiungere l'involto di carta metallizzata bianca e arancio, spezzare il nastro che lo teneva stretto e aprirlo. All'interno c'era una poltiglia marroncina con venature biancastre, di certo migliore di tutto ciò che aveva ingurgitato in quegli ultimi giorni. Vi affondò due dita e, con un'espressione di immenso piacere, se la portò alla bocca.
Fu solo dopo averla finita che, per curiosità, aprì l'uovo di plastica da cui aveva leccato via ogni traccia di cioccolato. Guardò dentro, estrasse incredulo l'oggetto che conteneva e scoppiò in una risata folle.
Un bigliettino abbandonato sul fondo del contenitore recitava: "Congratulazioni, hai vinto la nostra promozione speciale, un telefono satellitare a energia solare con un mese di chiamate gratuite già attivo".

lunedì 13 settembre 2010

La Cura

Sarah continuava a rimirarsi nello specchio, controllando il lavoro della truccatrice e della parrucchiera. Mancavano solo pochi secondi alla diretta e voleva essere certa di apparire al meglio quando il suo volto sarebbe stato trasmesso sui televisori dell'intera popolazione. Se qualcuno doveva fare una brutta figura quel giorno, non sarebbe stata certo lei.
Diede un'ultima occhiata al dossier nella sua cartellina. Aveva tutte le domande, tutte le risposte, tutte le controdomande e le informazioni che le servivano.
Purtroppo, di quanto avrebbe detto il suo ospite non sapeva nulla; non c'era stato modo di ottenere niente da lui prima della trasmissione, se non le poche cose che ormai erano di dominio pubblico. Non che avesse importanza, visto quanto era evidente di cosa si trattasse.

«... e adesso ci colleghiamo con il nostro ospite, il professor BiIlder», disse infine, dopo la consueta introduzione della trasmissione.
Sul monitor alle sue spalle comparve il mezzobusto di un uomo stempiato e dai capelli grigi, con sullo sfondo una serie di macchinari di un qualche tipo.
Lei non si voltò a guardarlo; lo schermo davanti a lei, fuori dall'inquadratura, le permetteva di vedere quello che veniva trasmesso agli spettatori, inclusa la sua stessa immagine.
«Buongiorno professore,» esordì «è un peccato non averla qui con noi in studio, considerato che siamo anche piuttosto vicini.»
«Buongiorno signorina Jacobsen. La capisco, anche a me sarebbe piaciuto essere lì, ma come le ho spiegato non mi è possibile abbandonare il mio laboratorio proprio in questo momento, a lavoro ormai quasi ultimato.»
«Infatti, professore, parliamo del suo lavoro...»
«Scusi se la interrompo ma vorrei approfittare della diretta perché tutti possano assistere al momento storico.» Si spostò per mostrare un pannello alle sue spalle, in gran parte occupato da uno schermo e una tastiera non dissimili da quelli di un comune PC.
Sarah si lamentò in silenzio per il fatto di non poter avere un'immagine più ravvicinata. Il sedicente professore non aveva accettato di far entrare nessuno nel suo laboratorio durante la trasmissione, e li aveva costretti ad accontentarsi di una telecamera fissa sistemata in precedenza.
L'uomo premette una sequenza di tasti. Lo schermo sul pannello mostrò una barra di completamento che si esaurì in un tempo sorprendentemente breve, poi una semplice scritta priva di fronzoli: "Operazione completata".
«In questo momento, la diffusione è iniziata.»
L'immagine sul monitor cambiò, mostrando l'esterno dell'edificio in cui si trovava il laboratorio. Almeno lì gli operatori c'erano, e si stavano prodigando per mostrare il più possibile, per quanto in effetti...
«Noi da fuori non vediamo nulla, professore», commentò Sarah, che si era aspettata almeno un po' di scena.
«Perché non c'è nulla da vedere in effetti. La sostanza è del tutto invisibile a occhio nudo, ma non bisognerà attendere a lungo, occorreranno meno di ventiquattr'ore per la diffusione a livello globale.»
«Così poco?» domandò lei tentando di restare impassibile.
«So che può sembrare difficile, ma i miei calcoli sono molto accurati, glielo assicuro. Purtroppo non ci sarebbe abbastanza tempo per spiegarle i fattori che permetteranno questa rapidità.»
«Allora, mentre aspettiamo, parliamo di questa sostanza. Negli ultimi tempi se ne è parlato tantissimo come di una sorta di panacea, che dovrebbe risolvere tutti i mali del mondo, dalla fame, alla guerra, alla povertà. Ma a noi risulta un po' difficile pensare che basti spruzzare qualcosa in aria per mettere fine a tutto questo. Può spiegarci come dovrebbe funzionare, di preciso?»
«Certo, è per questo che ho accettato di essere in trasmissione oggi.»
Sarah si voltò appena sullo sgabello, accavallando con grazia le gambe e preparandosi a smontare le assurdità che quell'uomo avrebbe inevitabilmente iniziato a proferire.
«Vede, in passato mi sono molto interessato alle teorie che vedono il nostro pianeta come un unico, immenso organismo vivente, in cui tutte le creature ricoprono lo stesso ruolo che nel corpo umano appartiene a cellule come i globuli e i linfociti.»
Sarah annuì con aria distratta. Non era la prima volta che sentiva parlare di qualcosa di simile, ma era presto per interrompere.
«Di conseguenza, ogni pianta, ogni animale, ha un ruolo specifico nel funzionamento dell'organismo Gaea, che serve a permetterne la sopravvivenza e a mantenerlo in salute. Tuttavia, come accade per noi, non sempre questo è possibile senza un aiuto esterno.»
«Lei, dunque, mi sta dicendo che vede la guerra e la povertà come una malattia che è possibile curare.»
«No, naturalmente no, sarebbe una visione troppo semplicistica. Pensi ai virus.»
«La guerra sarebbe un virus?» chiese lei, pregustando il momento in cui il suo ospite avrebbe iniziato a farneticare del tutto.
«Non intendevo questo. Dicevo, pensi a come agiscono i virus. Sono elementi che a un certo punto si introducono nell'organismo, e anziché funzionare in accordo con esso agiscono attivamente per modificarlo e sfruttarlo per favorire il proprio sviluppo, danneggiandolo nel processo. Ne modificano le cellule secondo le proprie necessità.»
«Temo di...», si interruppe vedendo qualcuno che le faceva cenni incomprensibili dalla regia. Non avendo idea di cosa volesse, decise di andare avanti «Non sono sicura di seguirla.»
«Quello che sto dicendo, è che la guerra e le altre cose che ha menzionato non sono una malattia ma i sintomi di un'infezione di tipo virale.» Sarah lo stava ascoltando a malapena. Lo schermo davanti a lei ora trasmetteva una visuale del soffitto dello studio. Il cameraman sembrava essere scivolato dal suo sgabello ed essersi aggrappato alla telecamera, senza peraltro riuscire a sostenersi. L'assistente di studio era sul pavimento. Nessuno li stava soccorrendo. «E quella che io ho diffuso è la cura.»

giovedì 8 luglio 2010

Eu

Eu si svegliò con un’espressione soddisfatta sul volto, tipica di chi ha fatto un buon sonno. Sbadigliò, si stiracchiò le ali, poi si affacciò per rivolgere dall’alto uno sguardo amorevole al letto vuoto di Mike.
Vuoto.
Vuoto?
Vuoto!
Le piume gli si rizzarono di colpo! Ma come aveva fatto a svegliarsi e andarsene senza che lui si accorgesse di nulla?
Doveva ritrovarlo subito! Niente era peggio per un Angelo Custode che perdersi il proprio protetto; se non fosse riuscito a recuperarlo immediatamente e senza farne arrivare notizia ai piani alti, non aveva dubbi che gli avrebbero tolto un’altra lettera del nome, e si sarebbe ritrovato a fare da Angelo Custode a qualche gatto di strada o a un cane randagio.
E poi a lui Mike piaceva, non era un brutto incarico. In fondo era un bravo ragazzo, per nulla problematico, aveva solo una tremenda attitudine a cacciarsi nei pasticci più impensati; a volte sembrava quasi che non avesse un Ang... ehm... che stava dicendo? Ah giusto, doveva ritrovare Mike.
Dunque... dunque... se lui fosse stato un umano, dove sarebbe andato come prima cosa dopo essersi svegliato? Ma certo...!
Uscì dalla stanza passando attraverso la parete e si diresse al bagno, puntò a tutta velocità verso la porta e SPLAT!, ci si spalmò contro come una decorazione natalizia esposta dal lato sbagliato. Doveva ancora abituarsi a tutte quelle nuove regole sulla privacy... Almeno questo significava che in effetti il bagno era occupato, pensò mentre cercava di riprendere un aspetto un po’ più presentabile; adesso non gli restava che attendere e... ecco, la porta si stava aprendo.
Ebbe giusto il tempo di fiondarsi dietro un quadro quando si accorse che chi stava uscendo era Sally, la sorella maggiore di Mike. Non che lei fosse un problema, ma l’ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento era farsi vedere da quell’antipatica di Presosterinasimerasolantel, il suo Angelo Custode, a girare senza che Mike fosse nei paraggi. Già si immaginava la sua reazione “Io non ho mai perso un protetto. Io ho ancora tutte le lettere del mio nome. Io... Io... Io...”... brrrr...
Quando bimba e angelo furono fuori portata, sgattaiolò in punta di piedi dentro il bagno, giusto per sicurezza, ma Mike non c’era.
E adesso?
Certo, c’era sempre il metodo di emergenza ma, be’, era di emergenza, appunto... avrebbe attirato l’attenzione dei piani alti, e non gli sembrava davvero il caso finché la situazione non era disperata.
Perché non lo era.
Vero che non lo era?
Su vi prego... dite che non lo era!
Antipatici!
Che poteva fare, allora? La prima cosa ovviamente era esplorare tutta la casa, in fin dei conti non poteva essersene andato lontano...
Si fece piccolo piccolo per non farsi notare dagli altri Angeli Custodi della famiglia e cominciò a svolazzare da una stanza all’altra, ma di Mike nessuna traccia. Il resto della famiglia stava ancora dormendo, perfino Sally era tornata a letto, ma lui niente, non c’era.
Si fermò, col fiatone, nel seminterrato, non sapendo più cosa fare. Era già il caso di ricorrere all’ultima risorsa?
Di colpo gli venne un’idea... forse qualcuno poteva averlo visto! Si diede un’occhiata intorno e localizzò un puntaspilli in un angolo, dirigendosi a tutta velocità verso la capocchia di uno degli spilli che vi erano infilzati. Come era prevedibile, una quantità innumerevole di angeli era lì a ballare. Non aveva mai capito che cosa ci trovassero di così divertente.
“Scus...” Un angelo lo prese sottobraccio e si ritrovò a girare in tondo senza uno scopo, vedendosi sparire da sotto gli occhi quello che in teoria avrebbe dovuto essere il suo interlocutore.
“Eh... no... un attimo...” borbottò riuscendo a divincolarsi dalla presa e piazzarsi davanti a un altro dei danzatori.
“Avet...” L’angelo a cui si stava rivolgendo gli venne sfilato davanti, passò sotto le gambe di un altro, poi sopra la testa di questi e sopra la sua, impigliandosi con un piede nell’aureola e portandogliela via. Eu si lanciò a pesce per recuperarla, l’afferrò e venne nel contempo preso al volo da decine di mani che iniziarono a passarselo in giro, tenendolo sollevato come una rock star.
Dimenandosi e contorcendosi riuscì a riguadagnare la propria libertà, e a trovarsi uno spazietto per rimettersi in piedi. Sollevando le braccia davanti a sé, tanto per tenere alla larga gli altri, cercò di riprendere il discorso, “Volev...”, e senza sapere come si vide arrivare tra le mani l’estremità di un bastone, mentre una lunga fila di angeli si preparava a passarci sotto piegandosi all’indietro.
Piuttosto spazientito, lasciò andare l’asta e abbandonò ogni speranza di ottenere qualche informazione utile da lì, non era che una perdita di tempo.
Che cosa gli restava da fare?
Di certo, se Mike non era in casa non poteva che essere fuori, ma come avrebbe mai potuto rintracciarlo se neanche sapeva da dove iniziare a cercare? A questo punto la situazione era davvero disperata, perciò non gli rimaneva che una possibilità... sperando che lassù fossero distratti e non ci facessero caso...
Allungò la mano sopra la testa e prese l’aureola. La guardò, sospirò, poi le passò sopra una mano per accendere lo schermo. Una familiare serie di icone comparve tutto attorno alla parte interna, ed eccola lì, proprio tra Uplook e Heavenet Explorer, l’icona di attivazione del sistema CPS (Cerca Protetti Scomparsi).
Non appena toccò l’icona con un dito, l’immagine nell’aureola venne sostituita da una rappresentazione tridimensionale della Terra, che si avvicinò rapidamente, zoomando fino a ridurre la visuale a quella del continente, poi dello stato, della regione, della città, del quartiere, della via, della casa di Mike...
Della casa di Mike?
L’immagine continuò ad avvicinarsi: l’interno della casa, la stanza di Mike, il letto di Mike, accanto al letto di Mike... ed ecco Mike, beatamente addormentato sul pavimento accanto al letto...
Ecco come aveva fatto ad andarsene senza che lui se ne accorgesse... non se ne era andato per nulla! Era soltanto caduto dal letto ed era rimasto lì per tutto il tempo, nella sua stanza. L’unica che Eu non aveva esplorato.
L’Angelo Custode ne fu sollevato a tal punto da ascendere letteralmente fino al piano di sopra, sbucando proprio dal pavimento della stanza del bambino e mettendosi a contemplare con gioia il suo protetto, che neanche si era accorto di niente.
Aveva appena tirato un sospiro di sollievo quando la sua aureola, che ancora teneva tra le mani, prese a vibrare.
“Ehm... sì, pronto?” rispose in tono incerto. Era troppo sperare che nessuno si fosse accorto di niente...
“Eu, che cosa succede? Perché hai attivato il CPS?” gli domandò la voce del suo responsabile.
“Eh... oh... niente... per errore... voglio dire... non devo certo mettermi a cercare Mike... ce l’ho proprio qui sotto il naso... eheh” si domandò se fosse il caso di aggiungere che voleva controllare l’A-mail e gli era scappato il dito, ma era un Angelo Custode, non poteva mentire, e fin lì non l’aveva fatto... solo omesso qualche dettaglio.
“Ah va bene, ma stai più attento, i falsi allarmi sono fastidiosi.”
“Certo, certo, eheh, lo so, ci starò attento, grazie, ci sentiamo eh!”
Chiuse la comunicazione. Rimise l’aureola al suo posto.
Whew!
Si era preso un bello spavento, ma alla fine era andato tutto bene.
Rilassatosi, si appoggiò sul letto di Mike, chiuse gli occhi per un istante e, sfinito e scarico com’era, poco dopo era caduto in un sonno profondo.

Quando Mike si svegliò, stiracchiandosi e sbadigliando, ci mise qualche istante a orientarsi e comprendere dove fosse finito, poi si strinse nelle spalle e archiviò la faccenda. Si alzò e vide – era ancora abbastanza giovane da riuscirci – il suo Angelo Custode che dormiva sul suo letto. Poverino, a giudicare dall’espressione doveva aver avuto una nottataccia.
Sarebbe stato un peccato svegliarlo, pensò mentre usciva dalla stanza in punta di piedi.

mercoledì 10 marzo 2010

L'ora dei fantasmi

L'orologio del campanile aveva appena finito di battere il dodicesimo rintocco quando Bob si rizzò a sedere di scatto. Sua moglie, che giaceva accanto a lui, si svegliò di soprassalto a quel gesto inconsulto, che aveva causato peraltro un fastidioso cigolio.
«Che ti prende?» gli domandò con la bocca impastata.
«È mezzanotte.»
Lei nemmeno si voltò a guardarlo. «E allora? Succede una volta ogni ventiquattr'ore.»
«Sì ma è halloween.»
«Una volta ogni dodici mesi», reiterò lei.
«È il giorno in cui i morti camminano sulla terra. E questa è l'ora dei fantasmi.»
«E da quando credi a queste cose?» si stupì lei. «In settant'anni passati assieme è la prima volta che ti preoccupi di morti e fantasmi.»
«Ma è il primo halloween che passiamo qui. Questo posto mette i brividi.»
«Ah grazie tante. È quasi Novembre, fa freddo e siamo all'aperto. E poi alla tua età…»
«Lo sai cosa intendo, non quel tipo di brividi. E poi cosa c'entra l'età coi brividi?»
«Coi brividi niente. Dicevo che alla tua età è normale diventare un po' rimbambiti. Rimettiti giù, va'.»
«No, no, devo controllare.»
«Com'è che quando ti dicevo io di alzarti e andare a controllare qualcosa non lo facevi mai?»
«Tu mi svegliavi di continuo per le ragioni più assurde!»
«E invece questa tua fissa di stanotte è una cosa normale…»
«Ma dai, solo per sicurezza. Chi ti dice che non sia vero?»
«Il buon senso?»
«Faccio un controllo veloce. E poi sono già fuori per metà!»
«No, guarda, tu sei proprio fuori del tutto! Comunque fai come ti pare.»
«Vuoi venire con me?»
«Sì, come no… Vai, vai, che ti raggiungo.»
«Ho capito, ci vado da solo.»
«Ecco, bravo.»
Senza prestare ulteriore attenzione a sua moglie, Bob si tirò fuori a fatica dal suo giaciglio. Lei continuò a fare finta di nulla, convinta che gli sarebbe passata e sarebbe tornato molto presto.
Così fu.
Il campanile non aveva neanche battuto il quarto d'ora che già lo sentì arrivare.
«Allora? Hai controllato.»
«Sì, sì.»
«Fatto una bella passeggiata?»
«Be'… bella… non c'era molto da vedere.»
«Ma no?!» rispose lei con evidente ironia «Allora adesso che hai verificato di poter camminare, torna giù e rimettiti a dormire. E chiudi bene il coperchio della bara, che poi prendi freddo.»

venerdì 5 febbraio 2010

Al momento giusto

Dopo aver riempito d'acqua e messo sul fuoco la pentola più grande che aveva a disposizione, si voltò per dare un'ulteriore occhiata al grosso libro.
L'acqua ci avrebbe messo un bel po' per bollire, perciò aveva il tempo di preparare la maionese.
Si sincerò con uno sguardo distratto che la sua portata principale fosse ancora dove l'aveva lasciata: i tre astici, con le chele serrate da fascette nere, erano al loro posto, nella vaschetta poggiata sulla sedia, e si agitavano come se fossero stati consci del destino che li attendeva.
Assicuratasi che non potessero andarsene da nessuna parte, tornò a ignorarli e si dedicò a separare il rosso delle uova dal bianco, con tutta la cura necessaria.
Messi i tuorli in una terrina, aggiunse un cucchiaio d'aceto, sale e pepe, e iniziò a frullarli (sul libro c'era anche un'immagine che illustrava la scena), aggiungendo l'olio un po' alla volta, prima goccia a goccia e poi in un filo sottilissimo, per evitare che la maionese impazzisse.
Dopo aver esaurito l'olio aggiunse il succo di limone, osservando soddisfatta il risultato. Proprio in quel momento, uno sbuffo di vapore le fece capire che l'acqua stava bollendo, proprio al momento giusto.
Tolse il coperchio e si piegò per prendere uno degli astici dalla vaschetta. Lo afferrò per il carapace e lo sollevò al di sopra del pentolone (l'illustrazione sulla pagina accanto mostrava chiaramente come) per buttarvelo dentro…

… un'enorme chela scura afferrò il libro all'improvviso portandolo via, quasi fosse sbucata dal nulla.
«Allora?!» grugnì mamma astice guardando i suoi piccoli. «Quante volte ve lo devo dire di non leggere le storie dell'orrore prima di andare a dormire?»