lunedì 13 settembre 2010

La Cura

Sarah continuava a rimirarsi nello specchio, controllando il lavoro della truccatrice e della parrucchiera. Mancavano solo pochi secondi alla diretta e voleva essere certa di apparire al meglio quando il suo volto sarebbe stato trasmesso sui televisori dell'intera popolazione. Se qualcuno doveva fare una brutta figura quel giorno, non sarebbe stata certo lei.
Diede un'ultima occhiata al dossier nella sua cartellina. Aveva tutte le domande, tutte le risposte, tutte le controdomande e le informazioni che le servivano.
Purtroppo, di quanto avrebbe detto il suo ospite non sapeva nulla; non c'era stato modo di ottenere niente da lui prima della trasmissione, se non le poche cose che ormai erano di dominio pubblico. Non che avesse importanza, visto quanto era evidente di cosa si trattasse.

«... e adesso ci colleghiamo con il nostro ospite, il professor BiIlder», disse infine, dopo la consueta introduzione della trasmissione.
Sul monitor alle sue spalle comparve il mezzobusto di un uomo stempiato e dai capelli grigi, con sullo sfondo una serie di macchinari di un qualche tipo.
Lei non si voltò a guardarlo; lo schermo davanti a lei, fuori dall'inquadratura, le permetteva di vedere quello che veniva trasmesso agli spettatori, inclusa la sua stessa immagine.
«Buongiorno professore,» esordì «è un peccato non averla qui con noi in studio, considerato che siamo anche piuttosto vicini.»
«Buongiorno signorina Jacobsen. La capisco, anche a me sarebbe piaciuto essere lì, ma come le ho spiegato non mi è possibile abbandonare il mio laboratorio proprio in questo momento, a lavoro ormai quasi ultimato.»
«Infatti, professore, parliamo del suo lavoro...»
«Scusi se la interrompo ma vorrei approfittare della diretta perché tutti possano assistere al momento storico.» Si spostò per mostrare un pannello alle sue spalle, in gran parte occupato da uno schermo e una tastiera non dissimili da quelli di un comune PC.
Sarah si lamentò in silenzio per il fatto di non poter avere un'immagine più ravvicinata. Il sedicente professore non aveva accettato di far entrare nessuno nel suo laboratorio durante la trasmissione, e li aveva costretti ad accontentarsi di una telecamera fissa sistemata in precedenza.
L'uomo premette una sequenza di tasti. Lo schermo sul pannello mostrò una barra di completamento che si esaurì in un tempo sorprendentemente breve, poi una semplice scritta priva di fronzoli: "Operazione completata".
«In questo momento, la diffusione è iniziata.»
L'immagine sul monitor cambiò, mostrando l'esterno dell'edificio in cui si trovava il laboratorio. Almeno lì gli operatori c'erano, e si stavano prodigando per mostrare il più possibile, per quanto in effetti...
«Noi da fuori non vediamo nulla, professore», commentò Sarah, che si era aspettata almeno un po' di scena.
«Perché non c'è nulla da vedere in effetti. La sostanza è del tutto invisibile a occhio nudo, ma non bisognerà attendere a lungo, occorreranno meno di ventiquattr'ore per la diffusione a livello globale.»
«Così poco?» domandò lei tentando di restare impassibile.
«So che può sembrare difficile, ma i miei calcoli sono molto accurati, glielo assicuro. Purtroppo non ci sarebbe abbastanza tempo per spiegarle i fattori che permetteranno questa rapidità.»
«Allora, mentre aspettiamo, parliamo di questa sostanza. Negli ultimi tempi se ne è parlato tantissimo come di una sorta di panacea, che dovrebbe risolvere tutti i mali del mondo, dalla fame, alla guerra, alla povertà. Ma a noi risulta un po' difficile pensare che basti spruzzare qualcosa in aria per mettere fine a tutto questo. Può spiegarci come dovrebbe funzionare, di preciso?»
«Certo, è per questo che ho accettato di essere in trasmissione oggi.»
Sarah si voltò appena sullo sgabello, accavallando con grazia le gambe e preparandosi a smontare le assurdità che quell'uomo avrebbe inevitabilmente iniziato a proferire.
«Vede, in passato mi sono molto interessato alle teorie che vedono il nostro pianeta come un unico, immenso organismo vivente, in cui tutte le creature ricoprono lo stesso ruolo che nel corpo umano appartiene a cellule come i globuli e i linfociti.»
Sarah annuì con aria distratta. Non era la prima volta che sentiva parlare di qualcosa di simile, ma era presto per interrompere.
«Di conseguenza, ogni pianta, ogni animale, ha un ruolo specifico nel funzionamento dell'organismo Gaea, che serve a permetterne la sopravvivenza e a mantenerlo in salute. Tuttavia, come accade per noi, non sempre questo è possibile senza un aiuto esterno.»
«Lei, dunque, mi sta dicendo che vede la guerra e la povertà come una malattia che è possibile curare.»
«No, naturalmente no, sarebbe una visione troppo semplicistica. Pensi ai virus.»
«La guerra sarebbe un virus?» chiese lei, pregustando il momento in cui il suo ospite avrebbe iniziato a farneticare del tutto.
«Non intendevo questo. Dicevo, pensi a come agiscono i virus. Sono elementi che a un certo punto si introducono nell'organismo, e anziché funzionare in accordo con esso agiscono attivamente per modificarlo e sfruttarlo per favorire il proprio sviluppo, danneggiandolo nel processo. Ne modificano le cellule secondo le proprie necessità.»
«Temo di...», si interruppe vedendo qualcuno che le faceva cenni incomprensibili dalla regia. Non avendo idea di cosa volesse, decise di andare avanti «Non sono sicura di seguirla.»
«Quello che sto dicendo, è che la guerra e le altre cose che ha menzionato non sono una malattia ma i sintomi di un'infezione di tipo virale.» Sarah lo stava ascoltando a malapena. Lo schermo davanti a lei ora trasmetteva una visuale del soffitto dello studio. Il cameraman sembrava essere scivolato dal suo sgabello ed essersi aggrappato alla telecamera, senza peraltro riuscire a sostenersi. L'assistente di studio era sul pavimento. Nessuno li stava soccorrendo. «E quella che io ho diffuso è la cura.»

giovedì 8 luglio 2010

Eu

Ho rimosso questo racconto perché utilizzato nella sua versione definitiva per il Preimo premio Letterario di Narrativa Umoristica "Primo Leone", dove si è classificato quarto ottenendo la pubblicazione in antologia. Per inciso, anche il primo classificato era un racconto mio. ^_^

mercoledì 10 marzo 2010

L'ora dei fantasmi

L'orologio del campanile aveva appena finito di battere il dodicesimo rintocco quando Bob si rizzò a sedere di scatto. Sua moglie, che giaceva accanto a lui, si svegliò di soprassalto a quel gesto inconsulto, che aveva causato peraltro un fastidioso cigolio.
«Che ti prende?» gli domandò con la bocca impastata.
«È mezzanotte.»
Lei nemmeno si voltò a guardarlo. «E allora? Succede una volta ogni ventiquattr'ore.»
«Sì ma è halloween.»
«Una volta ogni dodici mesi», reiterò lei.
«È il giorno in cui i morti camminano sulla terra. E questa è l'ora dei fantasmi.»
«E da quando credi a queste cose?» si stupì lei. «In settant'anni passati assieme è la prima volta che ti preoccupi di morti e fantasmi.»
«Ma è il primo halloween che passiamo qui. Questo posto mette i brividi.»
«Ah grazie tante. È quasi Novembre, fa freddo e siamo all'aperto. E poi alla tua età…»
«Lo sai cosa intendo, non quel tipo di brividi. E poi cosa c'entra l'età coi brividi?»
«Coi brividi niente. Dicevo che alla tua età è normale diventare un po' rimbambiti. Rimettiti giù, va'.»
«No, no, devo controllare.»
«Com'è che quando ti dicevo io di alzarti e andare a controllare qualcosa non lo facevi mai?»
«Tu mi svegliavi di continuo per le ragioni più assurde!»
«E invece questa tua fissa di stanotte è una cosa normale…»
«Ma dai, solo per sicurezza. Chi ti dice che non sia vero?»
«Il buon senso?»
«Faccio un controllo veloce. E poi sono già fuori per metà!»
«No, guarda, tu sei proprio fuori del tutto! Comunque fai come ti pare.»
«Vuoi venire con me?»
«Sì, come no… Vai, vai, che ti raggiungo.»
«Ho capito, ci vado da solo.»
«Ecco, bravo.»
Senza prestare ulteriore attenzione a sua moglie, Bob si tirò fuori a fatica dal suo giaciglio. Lei continuò a fare finta di nulla, convinta che gli sarebbe passata e sarebbe tornato molto presto.
Così fu.
Il campanile non aveva neanche battuto il quarto d'ora che già lo sentì arrivare.
«Allora? Hai controllato.»
«Sì, sì.»
«Fatto una bella passeggiata?»
«Be'… bella… non c'era molto da vedere.»
«Ma no?!» rispose lei con evidente ironia «Allora adesso che hai verificato di poter camminare, torna giù e rimettiti a dormire. E chiudi bene il coperchio della bara, che poi prendi freddo.»

venerdì 5 febbraio 2010

Al momento giusto

Dopo aver riempito d'acqua e messo sul fuoco la pentola più grande che aveva a disposizione, si voltò per dare un'ulteriore occhiata al grosso libro.
L'acqua ci avrebbe messo un bel po' per bollire, perciò aveva il tempo di preparare la maionese.
Si sincerò con uno sguardo distratto che la sua portata principale fosse ancora dove l'aveva lasciata: i tre astici, con le chele serrate da fascette nere, erano al loro posto, nella vaschetta poggiata sulla sedia, e si agitavano come se fossero stati consci del destino che li attendeva.
Assicuratasi che non potessero andarsene da nessuna parte, tornò a ignorarli e si dedicò a separare il rosso delle uova dal bianco, con tutta la cura necessaria.
Messi i tuorli in una terrina, aggiunse un cucchiaio d'aceto, sale e pepe, e iniziò a frullarli (sul libro c'era anche un'immagine che illustrava la scena), aggiungendo l'olio un po' alla volta, prima goccia a goccia e poi in un filo sottilissimo, per evitare che la maionese impazzisse.
Dopo aver esaurito l'olio aggiunse il succo di limone, osservando soddisfatta il risultato. Proprio in quel momento, uno sbuffo di vapore le fece capire che l'acqua stava bollendo, proprio al momento giusto.
Tolse il coperchio e si piegò per prendere uno degli astici dalla vaschetta. Lo afferrò per il carapace e lo sollevò al di sopra del pentolone (l'illustrazione sulla pagina accanto mostrava chiaramente come) per buttarvelo dentro…

… un'enorme chela scura afferrò il libro all'improvviso portandolo via, quasi fosse sbucata dal nulla.
«Allora?!» grugnì mamma astice guardando i suoi piccoli. «Quante volte ve lo devo dire di non leggere le storie dell'orrore prima di andare a dormire?»

giovedì 3 dicembre 2009

Quel che resta

Se quello fosse stato un film, la stanza vuota attorno a lei sarebbe stata visibile in un'improbabile penombra nonostante la totale assenza di luce. Gli spettatori non avrebbero mai gradito di restare davanti a uno schermo nero, preferendo l'assenza di logica in una scena che resta visibile anche dopo che le luci sono state spente alla pura e semplice, per quanto normale, assenza di illuminazione.
Ma quello non era un film, era la sua vita. Non c'erano eroi, non c'erano protagonisti invincibili, e non c'era alcuna luce "magica" a rischiarare i contorni di quella soffitta.
L'oscurità la avvolgeva come un'impalpabile coperta; il silenzio, interrotto solo di quando in quando dal lieve trepestio dei topi che passeggiavano sulle assi del soffitto, la accarezzava lieve, consentendole di dimenticare ciò che la circondava e immaginare un mondo diverso, una vita differente.
Si sentiva galleggiare in quella gradita quiete, riuscendo quasi a ignorare il metallo che le avvolgeva e piagava i polsi, ad allontanare dalla sua mente la creatura, il demone che infestava il piano di sotto e i suoi sogni violati.
I suoi occhi erano aperti anche se non c'era nulla da vedere. O forse proprio per quello, perché chiudendoli avrebbe visto, e non voleva più vedere, non voleva più ricordare, non voleva più sapere.

L'apparizione della luce la colse di sorpresa. Non era che un fioco puntino distante, tremulo come la fiamma di una candela, fievole come il residuo di una lampadina appena spenta, ma presto ve ne furono altri ad accompagnarlo. Uno, due, poi tre.
Riuscì a contarne cinque prima che iniziassero a muoversi, avanzando verso il suo letto in una danza lenta e delicata, come sospinte da una brezza che non esisteva.
Quella vista la allontanò ancor di più dai suoi pensieri cupi, lasciandola stupita a domandarsi cosa fossero quei fuochi fatui dinnanzi a lei. Si chiese se potessero essere lucciole – non ne aveva mai viste dopotutto – ma come avrebbero potuto entrare nella soffitta? L'unica finestra era chiusa, oltre a trovarsi alle sue spalle e non là dove le sue inattese compagne si erano manifestate.
Rimase affascinata a guardarle finché non furono così vicine che sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorarle, anche se lei non lo avrebbe mai fatto, per paura che il tintinnio delle catene potesse spaventarle e farle fuggire via. Sporse invece la testa, avvicinandosi quanto più poteva, e solo allora le vide davvero per ciò che erano.
Bambine come lei, eppure non come lei. Poco più di ombre trasparenti nelle tenebre, con un solo, fioco bagliore che illuminava i loro diafani corpi dall'interno, sprigionandosi dai loro cuori: era quella la luce che aveva visto. Tutte la guardavano con occhi tristi e al tempo stesso pieni di speranza. Una stringeva al petto una bambola di pezza, quella stessa bambola che ancora giaceva dimenticata in un angolo della soffitta, coperta di polvere e ragnatele.
Lei capì, e non ebbe paura. Non erano loro a spaventarla, erano solo bambine che un tempo erano state terrorizzate come lei.
«Perché siete qui?» domandò con un filo di voce, per timore di essere udita dal mostro al piano di sotto.
«Devi uscire» disse la prima.
«Devi aiutarci a riposare» continuò la seconda.
«Devi battere il mostro» proseguì la terza.
«Noi non possiamo» spiegò la quarta.
«Siamo morte, morte da troppo tempo» concluse la quinta.
«Ma come posso fare?» chiese lei, e sollevò i polsi per far notare le catene che li stringevano. Con sua grande sorpresa non ne avvertì il peso, e le sentì restare sul letto mentre le sue braccia si tendevano libere verso le sue nuove amiche.
«Tu puoi farlo. Ti aiuteremo» le disse ancora una delle bambine, o forse furono tutte assieme a farlo, non avrebbe saputo dirlo. Una di loro avanzò e le porse la bambola che teneva tra le braccia; lei la accolse come un dono prezioso, stringendola a sé, e si alzò in piedi, avviandosi lenta verso la porta.
Lo specchio sulla parete moltiplicava le luci che la circondavano, rendendole un numero indistinto come se potessero riflettersi all'infinito. Per un attimo le parve di essere entrata in un altro mondo, circondata da fatine alate che l'avrebbero condotta a un nuovo regno privo di dolore e tristezza, ma sapeva che avrebbe dovuto meritarselo.
Oltrepassò la porta senza esitare, discese le scale senza fare alcun rumore e attraversò la casa in silenzio, cercando la bestia che vi abitava.
Il demone era lì, seduto su una poltrona sghemba davanti alla televisione accesa. Indossava una canottiera sporca e dei calzoni unti, e non si era accorto di lei.
Avrebbe potuto trovare qualcosa per colpirlo. Avrebbe potuto scappare. Avrebbe potuto fare molte cose, ma solo una era quella che doveva fare, e la fece.
Senza dire nulla avanzò verso di lui. Lo ignorò quando la guardò con sorpresa e le chiese come fosse uscita, lo ignorò quando cercò di afferrarla e riportarla indietro, lo ignorò quando le urlò contro; poi gli porse la bambola.
Lui si ritrasse, tentò di indietreggiare e trovò dietro di sé la poltrona, facendola ribaltare e rovesciandosi all'indietro con essa, poi non si mosse più. Lei si affacciò a guardarlo, fissò i suoi occhi sbarrati e capì che era finita. Le restava una sola cosa da fare.
Lasciò la casa e uscì in giardino. Non sapeva dove fossero state sepolte le altre, non aveva nulla per ricordarle, così lasciò la bambola sulla nuda terra, come una lapide collettiva che presto sarebbe stata portata via. Non era molto, ma sarebbe bastato.
Dai suoi occhi sgorgarono scintillanti lacrime di gioia e sollievo, che rimasero lì sospese a lungo, anche quando il resto di lei si disperse nel vento della sera, abbandonando quel che restava, le sue spoglie mortali, su un letto sporco in una soffitta buia.
L'incubo era finito.

giovedì 5 novembre 2009

[OT] Piccolo annuncio

Quando ho creato questo blog ho precisato nel primo e (finora) unico post non narrativo che avrebbe contenuto solo racconti.
Infrango questa regola che io stesso avevo imposto per una ragione di necessità, o che almeno tale mi sembra.
Chi mi segue avrà notato che da tempo non aggiornavo il blog. Questo non perché non potessi, in realtà, ma per altri motivi che, a tempo debito, spiegherò in altra sede (ovvero sul mio blog principale). Gli stessi motivi mi portano ad aver eliminato tutti i (pochi) capitoli pubblicati della prima stesura del mio romanzo e a far ritornare (presto) questo blog al formato antologico con cui è nato.
No, non è successo niente di grave, e no, non aggiungerò altro per il momento. ^_^

mercoledì 13 maggio 2009

Il Centro dell'Universo

Era la vigilia del grande giorno e Sarah, sola in un letto troppo grande per lei, non riusciva a chiudere occhio.
Anni di studi sulla tecnologia di curvatura spaziale, di calcolo di coefficienti di espansione e vettori, avevano infine portato l’umanità alla soglia di quell’ultimo traguardo e lei, proprio lei, Sarah Myers, era stata scelta per comandare l’equipaggio della prima nave che si sarebbe recata al centro esatto dell’universo.
Con gli occhi chiusi, inseguendo un sonno che continuava a sfuggirle, rivedeva proiettate nella sua mente le tappe che avevano condotto il mondo a quel punto, fin dall’invio delle prime sonde, che si erano rivelate incapaci di trasmettere informazioni una volta giunte a destinazione, per arrivare alla decisione di inviare un equipaggio umano che potesse testimoniare ciò che gli apparecchi vedevano ma tenevano gelosamente per loro stessi.
Nonostante le nuove tecnologie, il viaggio sarebbe durato anni, durante i quali lei e il suo equipaggio avrebbero dovuto essere posti in uno stato di animazione sospesa. Era un piccolo sacrificio per il coronamento del sogno di una vita, e le sarebbe piaciuto che anche Carl, suo marito, l’avesse vista a quel modo. Certo, comprendeva anche lei che avrebbe perso gli anni dell’infanzia dei loro figli, che si sarebbero rivisti dopo chissà quanto senza che lei fosse neppure invecchiata, se non dei pochi giorni di attività dopo l’arrivo a destinazione, ma tutto questo impallidiva di fronte all’eccezionale scoperta di cui sarebbe stata artefice e testimone.
Carl non capiva, e come avrebbe potuto? Era un uomo con i piedi ben saldi a terra, non come lei che aveva sempre vissuto nello spazio con la mente anche quando non poteva recarvisi con il corpo. Così aveva preso i bambini ed era andato via una settimana prima, affermando che se proprio dovevano fare a meno di lei avrebbero fatto meglio ad abituarvisi fin da subito. Lei li aveva lasciati andare. A modo suo, lui aveva ragione, e una settimana in più, anche se con la piena coscienza di sé e non persa nell’oblio indotto da un macchinario, che differenza avrebbe mai potuto fare?

Il mattino giunse dopo un alternarsi di sonno e veglia tale da creare più confusione di quanto riposo portasse, ma lei era semplicemente troppo eccitata per sentire la stanchezza quando salì lungo la scaletta che l’avrebbe portata all’interno della nave spaziale. Pur sapendo che ciò che la aspettava al momento era soltanto una lunga serie di controlli seguita da un ancor più lungo periodo in cui sarebbe stata del tutto estranea al mondo, visse ogni istante con ansia estrema ed estrema voglia di passare oltre, di avviarsi alla fase successiva. Quando la porta della capsula di ibernazione si chiuse sopra di lei, dall’oblò trasparente si poté vedere l’ampio sorriso che le si era disegnato sul volto.

Riaprì gli occhi.
Dal suo punto di vista fu come se avesse solo sbattuto le ciglia e, in quell’istante, il mondo attorno a lei fosse cambiato. I tecnici che circondavano la sua capsula erano scomparsi, i macchinari al contrario pulsavano di vita, e i monitor segnalavano l’approssimarsi della fine del viaggio.
Uscì dalla capsula con addosso le medesime sensazioni che stava provando quando vi era entrata, eccitazione inclusa. Il suo primo compito era quello di verificare che tutto l’equipaggio fosse stato svegliato e che tutti i macchinari fossero in funzione, ma si ritrovò a dover affrontare un’imprevista sorpresa: le altre capsule erano ancora sigillate... e vuote. Fu la prima cosa a stupirla più della seconda: perché gli altri avrebbero dovuto richiudere i sigilli dopo aver lasciato i loro posti? Che senso aveva? La loro assenza, in cambio, era un problema secondario: la nave non era enorme, sarebbe bastato cercarli. Era probabile che fossero andati a mangiare qualcosa, o stessero controllando le apparecchiature delle altre sezioni.
Stava per inviare un messaggio audio quando gli strumenti segnalarono qualcosa di indefinito e poi più nulla del tutto, spegnendosi di colpo e lasciandola al buio. Per un singolo istante il panico la colse, subito però venne sostituito dall’addestramento e fu pronta a reagire. Tentò di accendere la torcia sul polso della sua tuta e, quando non ci riuscì, avanzò a tentoni per raggiungere il quadro comandi e provare a riattivare tutto nonostante l’oscurità.
Fece un cauto passo dopo l’altro, le mani tese in avanti, inclinate in basso verso dove avrebbe dovuto trovarsi la console. Continuò ad avanzare, e avanzare, e avanzare, senza toccare nulla lungo la sua strada, anche quando fu ormai chiaro che aveva camminato ben più a lungo di quanto avrebbe dovuto esserle possibile fare nello spazio limitato della cabina. Ruotò lentamente le braccia attorno a sé in cerca di qualcosa di solido che non trovò. Era come se la cabina, per non dire l’intera nave, fosse scomparsa, e lei si trovasse a fluttuare inerme in uno spazio oscuro e privo di stelle... qualcosa che non poteva essere vero: non indossava una tuta per l’attività extraveicolare, e sarebbe morta sul colpo al di fuori dello scafo.
La luce la colse alla sprovvista, comparendo nel suo campo visivo non come un lampo o l’accensione di una lampadina ma, non avrebbe saputo spiegarlo in altro modo, come se fosse sempre stata lì: un puntino bianco e luminoso che sembrava chiamarla a sé. Non avrebbe saputo dire se avesse davvero iniziato ad avanzare verso la luce, se fosse stata la luce a muoversi verso di lei o se questa avesse piuttosto iniziato a espandersi fino a diventare un globo di dimensioni tali da poterla accogliere al suo interno, se solo avesse compiuto quell’unico passo che ancora la separava da esso.
Affascinata da quell’insolito e inatteso spettacolo, tese una mano come ad accarezzare la sfera lattiginosa, stupendosi di come, per quanto intenso fosse il bagliore che emanava, le fosse possibile fissarla senza che i suoi occhi venissero feriti, e come l’oscurità attorno a essa non ne sembrasse influenzata. Non c’era alcuna zona d’ombra, solo un netto e distinto confine tra bianco e nero.
Stava per avanzare ancora, ansiosa di scoprire cosa si celasse oltre quella che stava iniziando a considerare una soglia, quando sentì una voce chiamare il suo nome da un punto indistinto: “Sarah”.
Si voltò, cercando l’origine di quel suono. Come ovvio non riuscì a vedere nulla. Il richiamo si ripeté, ma ora pareva provenire da un punto diverso: “Sarah”.
Il suo pensiero corse al resto del suo equipaggio, forse sperduto anch’esso in quell’oscurità, forse in grado di vedere lei stagliarsi contro la luce. Fu sul punto di rispondere “Sono qui”, ma la sua attenzione venne nuovamente catturata dal globo. Riprese ad avanzare.
“Sarah!” il tono questa volta era più concitato, quasi d’urgenza. Restò in sospeso per un attimo, ma doveva sapere, non poteva fermarsi in quel momento.
“Sarah!”
Fece l’ultimo passo. Precipitò nella luce e poi di nuovo nel buio, un buio meno indistinto, più familiare.
“Sarah” Questa volta la voce proveniva da più vicino, avrebbe potuto allungare la mano e toccarla, se fosse stata qualcosa di solido. Un’immagine confusa prese a formarsi lentamente davanti ai suoi occhi, come in una graduale messa a fuoco. Riconobbe un volto, il volto di Carl, chino su di lei, sorridente. I bambini erano accanto a lui e la guardavano come fosse stata la donna più bella del mondo. Probabilmente per loro lo era.
“Sarah? Buongiorno! Sai che non riuscivo a svegliarti? Mi hai fatto preoccupare.”