venerdì 5 febbraio 2010

Al momento giusto

Dopo aver riempito d'acqua e messo sul fuoco la pentola più grande che aveva a disposizione, si voltò per dare un'ulteriore occhiata al grosso libro.
L'acqua ci avrebbe messo un bel po' per bollire, perciò aveva il tempo di preparare la maionese.
Si sincerò con uno sguardo distratto che la sua portata principale fosse ancora dove l'aveva lasciata: i tre astici, con le chele serrate da fascette nere, erano al loro posto, nella vaschetta poggiata sulla sedia, e si agitavano come se fossero stati consci del destino che li attendeva.
Assicuratasi che non potessero andarsene da nessuna parte, tornò a ignorarli e si dedicò a separare il rosso delle uova dal bianco, con tutta la cura necessaria.
Messi i tuorli in una terrina, aggiunse un cucchiaio d'aceto, sale e pepe, e iniziò a frullarli (sul libro c'era anche un'immagine che illustrava la scena), aggiungendo l'olio un po' alla volta, prima goccia a goccia e poi in un filo sottilissimo, per evitare che la maionese impazzisse.
Dopo aver esaurito l'olio aggiunse il succo di limone, osservando soddisfatta il risultato. Proprio in quel momento, uno sbuffo di vapore le fece capire che l'acqua stava bollendo, proprio al momento giusto.
Tolse il coperchio e si piegò per prendere uno degli astici dalla vaschetta. Lo afferrò per il carapace e lo sollevò al di sopra del pentolone (l'illustrazione sulla pagina accanto mostrava chiaramente come) per buttarvelo dentro…

… un'enorme chela scura afferrò il libro all'improvviso portandolo via, quasi fosse sbucata dal nulla.
«Allora?!» grugnì mamma astice guardando i suoi piccoli. «Quante volte ve lo devo dire di non leggere le storie dell'orrore prima di andare a dormire?»

giovedì 3 dicembre 2009

Quel che resta

Se quello fosse stato un film, la stanza vuota attorno a lei sarebbe stata visibile in un'improbabile penombra nonostante la totale assenza di luce. Gli spettatori non avrebbero mai gradito di restare davanti a uno schermo nero, preferendo l'assenza di logica in una scena che resta visibile anche dopo che le luci sono state spente alla pura e semplice, per quanto normale, assenza di illuminazione.
Ma quello non era un film, era la sua vita. Non c'erano eroi, non c'erano protagonisti invincibili, e non c'era alcuna luce "magica" a rischiarare i contorni di quella soffitta.
L'oscurità la avvolgeva come un'impalpabile coperta; il silenzio, interrotto solo di quando in quando dal lieve trepestio dei topi che passeggiavano sulle assi del soffitto, la accarezzava lieve, consentendole di dimenticare ciò che la circondava e immaginare un mondo diverso, una vita differente.
Si sentiva galleggiare in quella gradita quiete, riuscendo quasi a ignorare il metallo che le avvolgeva e piagava i polsi, ad allontanare dalla sua mente la creatura, il demone che infestava il piano di sotto e i suoi sogni violati.
I suoi occhi erano aperti anche se non c'era nulla da vedere. O forse proprio per quello, perché chiudendoli avrebbe visto, e non voleva più vedere, non voleva più ricordare, non voleva più sapere.

L'apparizione della luce la colse di sorpresa. Non era che un fioco puntino distante, tremulo come la fiamma di una candela, fievole come il residuo di una lampadina appena spenta, ma presto ve ne furono altri ad accompagnarlo. Uno, due, poi tre.
Riuscì a contarne cinque prima che iniziassero a muoversi, avanzando verso il suo letto in una danza lenta e delicata, come sospinte da una brezza che non esisteva.
Quella vista la allontanò ancor di più dai suoi pensieri cupi, lasciandola stupita a domandarsi cosa fossero quei fuochi fatui dinnanzi a lei. Si chiese se potessero essere lucciole – non ne aveva mai viste dopotutto – ma come avrebbero potuto entrare nella soffitta? L'unica finestra era chiusa, oltre a trovarsi alle sue spalle e non là dove le sue inattese compagne si erano manifestate.
Rimase affascinata a guardarle finché non furono così vicine che sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorarle, anche se lei non lo avrebbe mai fatto, per paura che il tintinnio delle catene potesse spaventarle e farle fuggire via. Sporse invece la testa, avvicinandosi quanto più poteva, e solo allora le vide davvero per ciò che erano.
Bambine come lei, eppure non come lei. Poco più di ombre trasparenti nelle tenebre, con un solo, fioco bagliore che illuminava i loro diafani corpi dall'interno, sprigionandosi dai loro cuori: era quella la luce che aveva visto. Tutte la guardavano con occhi tristi e al tempo stesso pieni di speranza. Una stringeva al petto una bambola di pezza, quella stessa bambola che ancora giaceva dimenticata in un angolo della soffitta, coperta di polvere e ragnatele.
Lei capì, e non ebbe paura. Non erano loro a spaventarla, erano solo bambine che un tempo erano state terrorizzate come lei.
«Perché siete qui?» domandò con un filo di voce, per timore di essere udita dal mostro al piano di sotto.
«Devi uscire» disse la prima.
«Devi aiutarci a riposare» continuò la seconda.
«Devi battere il mostro» proseguì la terza.
«Noi non possiamo» spiegò la quarta.
«Siamo morte, morte da troppo tempo» concluse la quinta.
«Ma come posso fare?» chiese lei, e sollevò i polsi per far notare le catene che li stringevano. Con sua grande sorpresa non ne avvertì il peso, e le sentì restare sul letto mentre le sue braccia si tendevano libere verso le sue nuove amiche.
«Tu puoi farlo. Ti aiuteremo» le disse ancora una delle bambine, o forse furono tutte assieme a farlo, non avrebbe saputo dirlo. Una di loro avanzò e le porse la bambola che teneva tra le braccia; lei la accolse come un dono prezioso, stringendola a sé, e si alzò in piedi, avviandosi lenta verso la porta.
Lo specchio sulla parete moltiplicava le luci che la circondavano, rendendole un numero indistinto come se potessero riflettersi all'infinito. Per un attimo le parve di essere entrata in un altro mondo, circondata da fatine alate che l'avrebbero condotta a un nuovo regno privo di dolore e tristezza, ma sapeva che avrebbe dovuto meritarselo.
Oltrepassò la porta senza esitare, discese le scale senza fare alcun rumore e attraversò la casa in silenzio, cercando la bestia che vi abitava.
Il demone era lì, seduto su una poltrona sghemba davanti alla televisione accesa. Indossava una canottiera sporca e dei calzoni unti, e non si era accorto di lei.
Avrebbe potuto trovare qualcosa per colpirlo. Avrebbe potuto scappare. Avrebbe potuto fare molte cose, ma solo una era quella che doveva fare, e la fece.
Senza dire nulla avanzò verso di lui. Lo ignorò quando la guardò con sorpresa e le chiese come fosse uscita, lo ignorò quando cercò di afferrarla e riportarla indietro, lo ignorò quando le urlò contro; poi gli porse la bambola.
Lui si ritrasse, tentò di indietreggiare e trovò dietro di sé la poltrona, facendola ribaltare e rovesciandosi all'indietro con essa, poi non si mosse più. Lei si affacciò a guardarlo, fissò i suoi occhi sbarrati e capì che era finita. Le restava una sola cosa da fare.
Lasciò la casa e uscì in giardino. Non sapeva dove fossero state sepolte le altre, non aveva nulla per ricordarle, così lasciò la bambola sulla nuda terra, come una lapide collettiva che presto sarebbe stata portata via. Non era molto, ma sarebbe bastato.
Dai suoi occhi sgorgarono scintillanti lacrime di gioia e sollievo, che rimasero lì sospese a lungo, anche quando il resto di lei si disperse nel vento della sera, abbandonando quel che restava, le sue spoglie mortali, su un letto sporco in una soffitta buia.
L'incubo era finito.

giovedì 5 novembre 2009

[OT] Piccolo annuncio

Quando ho creato questo blog ho precisato nel primo e (finora) unico post non narrativo che avrebbe contenuto solo racconti.
Infrango questa regola che io stesso avevo imposto per una ragione di necessità, o che almeno tale mi sembra.
Chi mi segue avrà notato che da tempo non aggiornavo il blog. Questo non perché non potessi, in realtà, ma per altri motivi che, a tempo debito, spiegherò in altra sede (ovvero sul mio blog principale). Gli stessi motivi mi portano ad aver eliminato tutti i (pochi) capitoli pubblicati della prima stesura del mio romanzo e a far ritornare (presto) questo blog al formato antologico con cui è nato.
No, non è successo niente di grave, e no, non aggiungerò altro per il momento. ^_^

mercoledì 13 maggio 2009

Il Centro dell'Universo

Era la vigilia del grande giorno e Sarah, sola in un letto troppo grande per lei, non riusciva a chiudere occhio.
Anni di studi sulla tecnologia di curvatura spaziale, di calcolo di coefficienti di espansione e vettori, avevano infine portato l’umanità alla soglia di quell’ultimo traguardo e lei, proprio lei, Sarah Myers, era stata scelta per comandare l’equipaggio della prima nave che si sarebbe recata al centro esatto dell’universo.
Con gli occhi chiusi, inseguendo un sonno che continuava a sfuggirle, rivedeva proiettate nella sua mente le tappe che avevano condotto il mondo a quel punto, fin dall’invio delle prime sonde, che si erano rivelate incapaci di trasmettere informazioni una volta giunte a destinazione, per arrivare alla decisione di inviare un equipaggio umano che potesse testimoniare ciò che gli apparecchi vedevano ma tenevano gelosamente per loro stessi.
Nonostante le nuove tecnologie, il viaggio sarebbe durato anni, durante i quali lei e il suo equipaggio avrebbero dovuto essere posti in uno stato di animazione sospesa. Era un piccolo sacrificio per il coronamento del sogno di una vita, e le sarebbe piaciuto che anche Carl, suo marito, l’avesse vista a quel modo. Certo, comprendeva anche lei che avrebbe perso gli anni dell’infanzia dei loro figli, che si sarebbero rivisti dopo chissà quanto senza che lei fosse neppure invecchiata, se non dei pochi giorni di attività dopo l’arrivo a destinazione, ma tutto questo impallidiva di fronte all’eccezionale scoperta di cui sarebbe stata artefice e testimone.
Carl non capiva, e come avrebbe potuto? Era un uomo con i piedi ben saldi a terra, non come lei che aveva sempre vissuto nello spazio con la mente anche quando non poteva recarvisi con il corpo. Così aveva preso i bambini ed era andato via una settimana prima, affermando che se proprio dovevano fare a meno di lei avrebbero fatto meglio ad abituarvisi fin da subito. Lei li aveva lasciati andare. A modo suo, lui aveva ragione, e una settimana in più, anche se con la piena coscienza di sé e non persa nell’oblio indotto da un macchinario, che differenza avrebbe mai potuto fare?

Il mattino giunse dopo un alternarsi di sonno e veglia tale da creare più confusione di quanto riposo portasse, ma lei era semplicemente troppo eccitata per sentire la stanchezza quando salì lungo la scaletta che l’avrebbe portata all’interno della nave spaziale. Pur sapendo che ciò che la aspettava al momento era soltanto una lunga serie di controlli seguita da un ancor più lungo periodo in cui sarebbe stata del tutto estranea al mondo, visse ogni istante con ansia estrema ed estrema voglia di passare oltre, di avviarsi alla fase successiva. Quando la porta della capsula di ibernazione si chiuse sopra di lei, dall’oblò trasparente si poté vedere l’ampio sorriso che le si era disegnato sul volto.

Riaprì gli occhi.
Dal suo punto di vista fu come se avesse solo sbattuto le ciglia e, in quell’istante, il mondo attorno a lei fosse cambiato. I tecnici che circondavano la sua capsula erano scomparsi, i macchinari al contrario pulsavano di vita, e i monitor segnalavano l’approssimarsi della fine del viaggio.
Uscì dalla capsula con addosso le medesime sensazioni che stava provando quando vi era entrata, eccitazione inclusa. Il suo primo compito era quello di verificare che tutto l’equipaggio fosse stato svegliato e che tutti i macchinari fossero in funzione, ma si ritrovò a dover affrontare un’imprevista sorpresa: le altre capsule erano ancora sigillate... e vuote. Fu la prima cosa a stupirla più della seconda: perché gli altri avrebbero dovuto richiudere i sigilli dopo aver lasciato i loro posti? Che senso aveva? La loro assenza, in cambio, era un problema secondario: la nave non era enorme, sarebbe bastato cercarli. Era probabile che fossero andati a mangiare qualcosa, o stessero controllando le apparecchiature delle altre sezioni.
Stava per inviare un messaggio audio quando gli strumenti segnalarono qualcosa di indefinito e poi più nulla del tutto, spegnendosi di colpo e lasciandola al buio. Per un singolo istante il panico la colse, subito però venne sostituito dall’addestramento e fu pronta a reagire. Tentò di accendere la torcia sul polso della sua tuta e, quando non ci riuscì, avanzò a tentoni per raggiungere il quadro comandi e provare a riattivare tutto nonostante l’oscurità.
Fece un cauto passo dopo l’altro, le mani tese in avanti, inclinate in basso verso dove avrebbe dovuto trovarsi la console. Continuò ad avanzare, e avanzare, e avanzare, senza toccare nulla lungo la sua strada, anche quando fu ormai chiaro che aveva camminato ben più a lungo di quanto avrebbe dovuto esserle possibile fare nello spazio limitato della cabina. Ruotò lentamente le braccia attorno a sé in cerca di qualcosa di solido che non trovò. Era come se la cabina, per non dire l’intera nave, fosse scomparsa, e lei si trovasse a fluttuare inerme in uno spazio oscuro e privo di stelle... qualcosa che non poteva essere vero: non indossava una tuta per l’attività extraveicolare, e sarebbe morta sul colpo al di fuori dello scafo.
La luce la colse alla sprovvista, comparendo nel suo campo visivo non come un lampo o l’accensione di una lampadina ma, non avrebbe saputo spiegarlo in altro modo, come se fosse sempre stata lì: un puntino bianco e luminoso che sembrava chiamarla a sé. Non avrebbe saputo dire se avesse davvero iniziato ad avanzare verso la luce, se fosse stata la luce a muoversi verso di lei o se questa avesse piuttosto iniziato a espandersi fino a diventare un globo di dimensioni tali da poterla accogliere al suo interno, se solo avesse compiuto quell’unico passo che ancora la separava da esso.
Affascinata da quell’insolito e inatteso spettacolo, tese una mano come ad accarezzare la sfera lattiginosa, stupendosi di come, per quanto intenso fosse il bagliore che emanava, le fosse possibile fissarla senza che i suoi occhi venissero feriti, e come l’oscurità attorno a essa non ne sembrasse influenzata. Non c’era alcuna zona d’ombra, solo un netto e distinto confine tra bianco e nero.
Stava per avanzare ancora, ansiosa di scoprire cosa si celasse oltre quella che stava iniziando a considerare una soglia, quando sentì una voce chiamare il suo nome da un punto indistinto: “Sarah”.
Si voltò, cercando l’origine di quel suono. Come ovvio non riuscì a vedere nulla. Il richiamo si ripeté, ma ora pareva provenire da un punto diverso: “Sarah”.
Il suo pensiero corse al resto del suo equipaggio, forse sperduto anch’esso in quell’oscurità, forse in grado di vedere lei stagliarsi contro la luce. Fu sul punto di rispondere “Sono qui”, ma la sua attenzione venne nuovamente catturata dal globo. Riprese ad avanzare.
“Sarah!” il tono questa volta era più concitato, quasi d’urgenza. Restò in sospeso per un attimo, ma doveva sapere, non poteva fermarsi in quel momento.
“Sarah!”
Fece l’ultimo passo. Precipitò nella luce e poi di nuovo nel buio, un buio meno indistinto, più familiare.
“Sarah” Questa volta la voce proveniva da più vicino, avrebbe potuto allungare la mano e toccarla, se fosse stata qualcosa di solido. Un’immagine confusa prese a formarsi lentamente davanti ai suoi occhi, come in una graduale messa a fuoco. Riconobbe un volto, il volto di Carl, chino su di lei, sorridente. I bambini erano accanto a lui e la guardavano come fosse stata la donna più bella del mondo. Probabilmente per loro lo era.
“Sarah? Buongiorno! Sai che non riuscivo a svegliarti? Mi hai fatto preoccupare.”

giovedì 7 maggio 2009

Il diario segreto di Edward Cullen

Che giorno è oggi? Non lo so. Boh, sono tutti uguali.
Anche oggi scuola, che palle! Non so più quante volte le ho studiate queste cose, ma non potevano vampirizzarmi, non so, a venticinque anni? Che poi ogni tanto mi viene il dubbio che anche il cervello mi sia rimasto a diciassette...

...

Arrivata una nuova ragazza a scuola, agile come un ippopotamo ubriaco. È carina, sì, ma si vede che lo sa e fa la finta modesta per tirarsela. E poi... ma si lava? Puzza di sangue lontano un miglio, magari avrà le sue cose ma non è una buona scusa per ignorare le norme più basilari dell’igiene personale.
Non riesco a leggerle la mente, sicuramente non ne ha una.

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Oddio ma quanto è appiccicosa questa? Più si cerca di evitarla e più ti viene dietro. Un altro po’ e si faceva mettere sotto da un camion per attirare l’attenzione, e io scemo che l’ho pure salvata.

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Ho capito, ci sta provando. Vabbe’, è un secolo che vado in bianco, quasi quasi approfitto. Mi invento qualche balla romantica sul guardarla dormire e vediamo come va a finire.
Certo prima o poi dovrò spiegarle perché la evitavo, mica le posso dire in faccia che puzza, se no continuerò ad andare in bianco per i prossimi secoli. Mi inventerò qualcosa...

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Dice che ha capito che sono un vampiro. Contenta lei. A me risulta che i vampiri siano completamente diversi, ma le donne è meglio non contraddirle.

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Ma perché ho deciso di invitarla alla partita di baseball? Potevamo passare una bella serata, e adesso invece mi tocca difenderla da un maniaco, che, fosse per me, potrebbe pure mangiarsela ma ho paura che lasci il lavoro a metà e poi mi tocchi sopportarmela per l’eternità come non morta. Poi con la sfiga che ho si ritroverà sicuramente il potere di causare disastri naturali ovunque vada, praticamente ce l’ha già!

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C’è mancato poco! Mi è pure toccato succhiarle via il veleno per evitare che si trasformasse, che schifo! Sempre meglio che tenersela appiccicata per sempre, comunque.
E adesso vorrebbe diventare come me, ma non lo capisce che non la voglio?

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Ho deciso, la mollo. Le sparo la solita menata del non sei tu, sono io, è per il tuo bene, e me ne vado. Se è intelligente mi dimentica, ma siccome so che non ha cervello magari si butta da un ponte, comunque me ne libero.

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Alice mi ha appena detto che si è buttata da una rupe. Alè! Me ne vado in vacanza in Italia per festeggiare!

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È viva. L’ha salvata un lupo mannaro. Ecco perché li odio. È pure convinta che mi sarei suicidato per lei, ma davvero ha creduto a quella balla che le ho detto mentre guardavamo Romeo e Giulietta?
Ed è ancora fissata con quella storia che dovrei trasformarla. Ha perfino convinto Carlisle, ma è facile, lui prende cani e porci.
E adesso chi se ne libera più? Mi sa che dovrei suicidarmi davvero... chissà, forse se riesco a provocare abbastanza il lupo mannaro ci pensa lui...

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Questo è più scemo di lei, lo provoco in tutte le maniere e lui niente, almeno lei si convincesse a mettersi con lui, ma è proprio fissata con me. Ma che ho fatto di male? Tutti questi anni spesi a cacciare leoni di montagna invece che umani e questo è quello che mi merito? Questa faccenda del karma non va come dovrebbe.
Continuo a cercare scuse per non farla trasformare.
Però ho capito il trucco: le faccio una proposta di matrimonio, sono sicuro che dirà di no.

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Evviva, ha detto di no!

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Ma non ci credo, è riuscita a scatenarci contro tutti i "vampiri" del creato e anche qualcuno che nemmeno c’era, nel creato. Ma come si fa? È una maledizione fatta donna questa!
Ho colto l’occasione per allearmi coi lupi sperando che con la vicinanza lei se lo prendesse o almeno lui mangiasse la foglia, ma non c’è stato verso, lui si è quasi fatto ammazzare e lei sta meglio che mai.

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Porca miseria, ha cambiato idea sul matrimonio!

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Quell’idiota di un lupo è sparito dalla circolazione. Sono riuscito a farlo venire almeno al matrimonio, sperando che me lo rovinasse e lo mandasse all’aria, ma non c’è stato niente da fare.
Mi tocca pure la luna di miele.
La porto all’isola di Esme, se sono fortunato se la mangia uno squalo. Alla peggio, la prima notte di nozze muore durante l’amplesso, visto che ha questa fissa di volerlo fare da umana.

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Niente squalo, niente amplesso mortale, e sì che mi sono impegnato, la vita fa schifo.

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Assurdo, è rimasta incinta! Solo da lei ci si poteva aspettare una cosa del genere!
La buona notizia è che non sopravviverà alla gravidanza, e testarda com’è non ci sarà verso di fargliela interrompere. Comunque reciterò la parte, altrimenti è troppo ovvio.

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Sì, sì, è testarda come previsto, sarò presto un vedovo consolabile!

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Ecco, adesso se ne sono usciti con questa storia di trasformarla appena il bambino nasce. Ho un’idea, speriamo che funzioni.

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Fallimento completo, nonostante abbia abbondato col veleno (sono arrivato al punto di farle un’intracardiaca), è sopravvissuta lo stesso, peggio ancora sembra che non sia una maniaca sanguinaria, non ho nessuna scusa per farla a pezzi e bruciarla.
La bambina è adorabile, non ha preso da sua madre almeno.

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Quel pedofilo del lupo ha avuto l’imprinting con la bambina. Se sono fortunato, quando lo dico a mia moglie si ammazzano a vicenda.

...

Non sono fortunato.

...

Ci ha DI NUOVO tirato addosso tutti i vampiri possibili. Vabbe’ ma adesso basta! Mi stavo organizzando per farla scappare all’estero con la bambina con la scusa di un’idea di Alice, ma come al solito non ha capito un tubo e stava per mandarci il lupo.

...

Tutto tornato tranquillo. Prevista una gita in Brasile, solo per svago adesso visto che ormai della bambina sappiamo tutto.
La foresta amazzonica è grande, mi perderò, ho già deciso. Chissà se riesco a rifarmi una vita dall’altra parte del mondo, magari al polo. Comunque sia, non sentirete più parlare di me.

lunedì 4 maggio 2009

La cantina

Ho passato l’infanzia a domandarmi che cosa ci fosse nella cantina.
La porta da cui vi si aveva accesso, vecchia e scrostata, era come una cicatrice nella parete immacolata della cucina. No, meglio, come una crosta, di quelle che non dovrebbero essere stuzzicate e inevitabilmente finiscono con l’attrarre l’attenzione.
Quando avevo chiesto a mia madre perché non la aprissimo mai, mi aveva risposto che la chiave era andata perduta. Nella mia ingenuità di bambino non mi ero neppure domandato perché non fosse mai stato chiamato un fabbro per cambiare la serratura, mi ero semplicemente accontentato della risposta. Ma la curiosità era rimasta.
Avevo forse quattordici anni quando, spinto da un altro genere di curiosità, approfittai di un’assenza dei miei genitori per mettermi a frugare nei cassetti privati di mio padre, quelli in cui non avrei mai dovuto ficcare il naso.
Quello che speravo di trovare era magari qualche rivista porno… invece mi lasciai attrarre da uno strano libretto nero che sembrava rilegato in pelle, cacciato in fondo a un cassetto. Lo tirai fuori, dimenticandomi subito dello scopo originario della mia ricerca, e credo si possa immaginare la mia sorpresa quando vidi che all’estremità del nastro rosso che faceva da segnalibro era annodata una chiave, vecchia e annerita dal tempo.
La mia mente tornò subito a quella porta chiusa, dietro cui la mia mente aveva negli anni immaginato si annidasse ogni sorta di mistero, dalla stanza di Barbablù al tesoro dei pirati. Fui tentato di andare subito in cucina per provare la mia nuova scoperta, ma decisi prima di sfogliare il libro a cui era stata legata. Lo aprii proprio dove si trovava la fettuccia, restando sorpreso nello scoprire che era scritto a mano. Parole incomprensibili e strani disegni erano tracciati sulle pagine con un inchiostro che il tempo aveva reso marrone.
Avevo appena iniziato, con scarso successo, a cercare di decifrarne il contenuto, quando sentii l’auto di mio padre entrare nel vialetto. Immediatamente rimisi tutto quanto come l’avevo trovato, e mentre lo facevo già pensavo a quando avrei avuto la prossima possibilità di continuare le mie indagini.
Quella notte feci sogni confusi, sognai libri, chiavi e la porta della cantina, sempre lei. Alla fine, stranamente, sognai di essere seduto sul pavimento, nudo, sopra uno dei simboli che avevo visto nel libro, mentre delle persone attorno a me cantavano una nenia tenendo in mano delle candele nere. Nel sogno piangevo, anche se non ero io a piangere; una cosa che, come spesso accade, in quello stato onirico aveva una sua logica privata e ineccepibile che mai avrei saputo spiegare una volta sveglio.
Passò diverso tempo senza che mi venisse fornita alcuna nuova occasione per restare solo in casa e provare quella famigerata chiave.
Alla fine decisi che me ne sarei creata una da solo e una mattina, dopo essere sceso dall’autobus che prendevo per andare a scuola, attesi il tempo necessario per non essere notato e salii sul primo mezzo che faceva il percorso inverso.
Contavo di trovare la casa vuota. I miei genitori avrebbero dovuto essere al lavoro e avevo scelto di proposito l’unico giorno del mese in cui in casa non avrebbe dovuto esserci nessun altro: né la signora che al mattino si occupava delle pulizie quotidiane, né gli addetti della ditta che badava al giardino e alle pulizie su larga scala, che venivano durante i giorni liberi della prima, ma solo tre volte al mese.
Rimasi attonito quando, sul punto di aprire il cancello del vialetto, scorsi la macchina di mio padre parcheggiata vicino alla casa e vidi la sua schiena sparire oltre la porta d’ingresso. Notai a malapena che procedeva curvo, come se stesse trasportando qualcosa di pesante. In realtà, la cosa che più mi premeva in quel momento era che non mi vedesse, e non certo per le mie intenzioni, bensì per evitare la ramanzina che sicuramente mi sarei preso per aver marinato la scuola ed essermi fatto scoprire.
Stavo ancora riflettendo sul da farsi, nascosto dietro un albero dal lato opposto della strada, quando, neanche dieci minuti dopo, vidi i miei uscire, mettersi in macchina e andare via, con mio grande sollievo.
Attesi ancora un po’, per sicurezza, prima di entrare a mia volta.
Subito mi diressi nella stanza di mio padre, ripescando il libro esattamente da dove l’avevo lasciato l’ultima volta. Ripresi a sfogliarlo, ma le parole che conteneva non avevano acquistato un maggior senso nel frattempo, e rinunciai ben presto a cercare di comprenderle. Dopo tutto, non erano loro a interessarmi veramente.
Tenendo la chiave in mano e il libro per un angolo mi alzai per andare in cucina e qualcosa scivolò fuori dalle pagine, finendo sul pavimento. Fogli ripiegati. Li aprii per curiosità lungo il tragitto, scoprendo che si trattava di esiti di un qualche esame medico che mi riguardava, e stupendomi per lo strano posto in cui erano stati riposti. Per il resto, quello che contenevano non aveva molto più senso per me delle strane parole del libro, e mi suscitava ancor meno interesse.
Così, raggiunsi infine la mia agognata meta. Col cuore in gola e le mani tremanti per l’emozione di risolvere un interrogativo che mi angustiava da così tanto tempo, avvicinai la chiave alla toppa, pensando solo per un istante alla delusione che avrei provato se si fosse rivelata del tutto estranea a quella porta. Ma così non fu.
La chiave ruotò senza il minimo intoppo e la serratura scattò producendo a malapena un paio di scatti sordi e attutiti. Poi la porta si spalancò senza il minimo sforzo da parte mia, facendomi trasalire più che se avesse cigolato sinistramente, come in realtà mi aspettavo che avrebbe fatto. Per un attimo quasi credetti che si fosse aperta da sola, dandomi poi dello stupido quando verificai che si limitava a essere molto ben oliata.
Davanti a me si trovavano delle scale dirette verso il basso, non una grande sorpresa dopo tutto. La luce che entrava in cucina riusciva a illuminare solo i primi due o tre scalini, il resto si perdeva nel buio sottostante.
Cercai a tentoni un interruttore, senza trovarlo.
Non avevo una torcia, né avrei saputo dove procurarmene una sul momento, eppure la mia curiosità vinse la paura e mi spinse a procedere comunque, scendendo un gradino alla volta, con una mano sempre a contatto con la parete, come se ciò bastasse a proteggermi da ben più che un semplice scivolone.
Ero appena uscito dalla zona illuminata, quando venni aggredito dal fetore, quasi che la luce riuscisse a tenerlo lontano assieme all’oscurità. Era un odore pestilenziale che non avevo mai sentito prima, dolciastro e soffocante. Dovetti usare tutta la mia forza di volontà per non piegarmi in due e vomitare. Ma non fu sufficiente a fermarmi.
Trattenendo il fiato, scesi un altro scalino, e improvvisamente vidi venirmi incontro una sagoma pallida che scaturiva dal buio come uno spettro, urlando qualcosa di incomprensibile.
Urlai a mia volta, non so neppure cosa, e mi ritrassi di scatto, terrorizzato, inciampando nello scalino che avevo appena lasciato e finendovi seduto, praticamente senza accorgermene.
Scalciando, camminando su mani e piedi, riuscii a risalire la scala, mentre l’orrida creatura continuava ad avanzare verso di me con movimenti innaturali, emettendo mugolii che alle mie orecchie suonavano come oscenità.
Ero quasi tornato alla porta quando mi fu addosso.
Me la vidi venire incontro come se avesse voluto azzannarmi, e trovai in qualche modo il coraggio di unire i piedi e colpirla con tutta la forza che avevo.
Il mondo parve congelarsi intorno a me in un istante eterno.
Vidi l’essere entrare nel cono di luce, distinguendo ora il suo volto, quello di un ragazzino della mia età o poco più giovane, sporco di polvere e lacrime, imbavagliato con uno straccio che gli impediva di parlare. Le braccia sparivano dietro la schiena, le gambe erano curiosamente unite, come se stesse saltellando più che camminando.
Poi il tempo tornò a scorrere e lo vidi cadere all’indietro nelle tenebre, scomparendo alla vista.
Quasi mi tuffai nel tentativo, inutile, di afferrarlo. Finii in ginocchio sulle scale, talmente sporto in avanti da rischiare di cadere a mia volta, con un braccio teso ad afferrare il nulla.
Non riuscivo a scorgere l’inatteso ospite della mia cantina, e fui sul punto di rialzarmi e scendere per cercarlo, quando il mio sguardo intercettò una strana luce che si spostava in basso, di fronte a me. Mi fu subito chiaro che non si trattava di una torcia elettrica o di una candela, sembrava più una sorta di fosforescenza che strisciava verso il centro della stanza, diventando sempre più visibile.
Poi lo vidi.
Anche se l’immagine rimase impressa nella mia mente in modo indelebile, tormentando i miei sogni per gli anni a venire, non riuscirei mai a descrivere la cosa che vidi arrancare sul pavimento della cantina, né l’orrore puro che mi raggelò il sangue mentre la guardavo avvicinarsi a quello che doveva essere il ragazzo che avevo spinto giù.
Il ricordo di ciò che accadde dopo è invece molto più confuso.
So che in qualche modo riuscii a uscire, chiudere la porta e rimettere a posto la chiave, non ricordo però se accadde prima o dopo che l’abominio raggiungesse la sua preda. Talvolta mi passa davanti agli occhi un’immagine vivida e fin troppo orribile di migliaia di bocche deformi e di zanne che affondano nelle carni di un ragazzo terrorizzato, che ancora non so se considerare un ricordo o un parto della mia fantasia.
So che in un qualche momento di quell’ordalia compresi in un attimo, sorprendendomene io stesso, cosa era accaduto in quella cantina anni prima e cosa vi accadeva ora una volta al mese, quando nessun estraneo era in casa a poter osservare. Cosa i miei genitori avevano fatto perché io vivessi.

Ho passato l’infanzia a domandarmi che cosa ci fosse nella cantina. Ora lo so.

giovedì 23 aprile 2009

La Sveglia

Gideon era seduto sul suo letto, perso in contemplazione della splendida figura femminile che aveva di fronte, le cui sinuosità erano drappeggiate dal lenzuolo che tratteneva davanti a sé con le mani giunte, in un provocante atteggiamento di falso pudore.
Lei avanzava con movenze feline, mettendo lentamente un piede davanti all’altro con estrema e sensuale grazia, finché, giunta a un solo passo da lui, lasciò cadere il lenzuolo, mostrandogli il suo corpo nudo, e dischiuse le labbra per dirgli…
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Lui la cinse a sé. "Sì, dolcezza, tutto quello che vuoi." le disse in tono lascivo.
"Tii Tii Tii Tii Tii" ripeté lei, squillante.
"Sììì, sììì, amore, giochiamo alla sveglia e all’addormentato… dov’è il tuo pulsante, eh? Dov’è il tuo pulsante?"
"Ah ma allora sei proprio scemo! È la sveglia sul serio!" protestò lei, e tirando di nuovo su il lenzuolo se ne uscì offesa dal sogno.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Brontolando, mentre si domandava in un angolo della mente il perché della sveglia, Gideon sferrò una manata nella direzione del comodino, mancandolo clamorosamente.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Tentò di nuovo, e stavolta impattò con qualcosa. La brocca dell’acqua si rovesciò, inondando il libro che aveva accanto e l’orologio da polso poggiato lì vicino.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Al terzo tentativo, prese in pieno lo spigolo del comodino. Si rizzò a sedere sul letto, scuotendo la mano in alto e in basso come se potesse scrollarsi di dosso il dolore.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Infine aprì gli occhi. Guardò il comodino. Non lo vide. Era buio pesto. A tentoni ripescò, letteralmente, il suo orologio, bagnato zuppo. Fortuna che gli era stato garantito per subacqueo, o sarebbe stato da buttare.
Premette il pulsante della lucina interna, per vedere l’ora, e ne ottenne uno spruzzetto d’acqua in un occhio.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Si asciugò col dorso della mano e poi la allungò per accedere la luce. Sul comodino, la brocca oscillava pericolosamente lungo il bordo. Il libro era immerso nell’acqua, meno male che era Moby Dick. Della sveglia nessuna traccia.
L’orologio segnava le goccia-bollicina-bollicina-chiazza.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Si guardò intorno, e infine localizzò l’aggeggio infernale in cima alla libreria, dall’altro lato del letto. Si arrampicò in puro stile King Kong, l’afferrò e guardò l’ora. Le cinque di mattina. E perché aveva messo la sveglia alle cinque di mattina?
"Tii Tii Tii Tii Tii"
In quell’istante si rese conto che la sveglia non stava suonando. In effetti, a ben vedere, era puntata per le sette. Perché poi avesse messo la sveglia alle sette restava comunque un mistero. Che mai poteva aver da fare così presto?
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Eh… però qualcosa che suonava c’era! Realizzò che il suono veniva dalla tasca posteriore del suo pigiama. Il cellulare! Doveva essersi segnato un impegno in agenda, ecco perché suonava! Solo che non riusciva proprio a ricordarsi cosa fosse.
"Tii Tii Tii Tii Tii"
Be’… del resto era per quello che l’aveva messo in agenda, per ricordarselo, giusto?
Estrasse il telefonino dalla tasca e osservò lo schermo, dove lampeggiava la nota che si era scritto: "Ricorda di staccare la sveglia prima che suoni, non hai niente da fare alle sette."