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giovedì 3 dicembre 2009

Quel che resta

Se quello fosse stato un film, la stanza vuota attorno a lei sarebbe stata visibile in un'improbabile penombra nonostante la totale assenza di luce. Gli spettatori non avrebbero mai gradito di restare davanti a uno schermo nero, preferendo l'assenza di logica in una scena che resta visibile anche dopo che le luci sono state spente alla pura e semplice, per quanto normale, assenza di illuminazione.
Ma quello non era un film, era la sua vita. Non c'erano eroi, non c'erano protagonisti invincibili, e non c'era alcuna luce "magica" a rischiarare i contorni di quella soffitta.
L'oscurità la avvolgeva come un'impalpabile coperta; il silenzio, interrotto solo di quando in quando dal lieve trepestio dei topi che passeggiavano sulle assi del soffitto, la accarezzava lieve, consentendole di dimenticare ciò che la circondava e immaginare un mondo diverso, una vita differente.
Si sentiva galleggiare in quella gradita quiete, riuscendo quasi a ignorare il metallo che le avvolgeva e piagava i polsi, ad allontanare dalla sua mente la creatura, il demone che infestava il piano di sotto e i suoi sogni violati.
I suoi occhi erano aperti anche se non c'era nulla da vedere. O forse proprio per quello, perché chiudendoli avrebbe visto, e non voleva più vedere, non voleva più ricordare, non voleva più sapere.

L'apparizione della luce la colse di sorpresa. Non era che un fioco puntino distante, tremulo come la fiamma di una candela, fievole come il residuo di una lampadina appena spenta, ma presto ve ne furono altri ad accompagnarlo. Uno, due, poi tre.
Riuscì a contarne cinque prima che iniziassero a muoversi, avanzando verso il suo letto in una danza lenta e delicata, come sospinte da una brezza che non esisteva.
Quella vista la allontanò ancor di più dai suoi pensieri cupi, lasciandola stupita a domandarsi cosa fossero quei fuochi fatui dinnanzi a lei. Si chiese se potessero essere lucciole – non ne aveva mai viste dopotutto – ma come avrebbero potuto entrare nella soffitta? L'unica finestra era chiusa, oltre a trovarsi alle sue spalle e non là dove le sue inattese compagne si erano manifestate.
Rimase affascinata a guardarle finché non furono così vicine che sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorarle, anche se lei non lo avrebbe mai fatto, per paura che il tintinnio delle catene potesse spaventarle e farle fuggire via. Sporse invece la testa, avvicinandosi quanto più poteva, e solo allora le vide davvero per ciò che erano.
Bambine come lei, eppure non come lei. Poco più di ombre trasparenti nelle tenebre, con un solo, fioco bagliore che illuminava i loro diafani corpi dall'interno, sprigionandosi dai loro cuori: era quella la luce che aveva visto. Tutte la guardavano con occhi tristi e al tempo stesso pieni di speranza. Una stringeva al petto una bambola di pezza, quella stessa bambola che ancora giaceva dimenticata in un angolo della soffitta, coperta di polvere e ragnatele.
Lei capì, e non ebbe paura. Non erano loro a spaventarla, erano solo bambine che un tempo erano state terrorizzate come lei.
«Perché siete qui?» domandò con un filo di voce, per timore di essere udita dal mostro al piano di sotto.
«Devi uscire» disse la prima.
«Devi aiutarci a riposare» continuò la seconda.
«Devi battere il mostro» proseguì la terza.
«Noi non possiamo» spiegò la quarta.
«Siamo morte, morte da troppo tempo» concluse la quinta.
«Ma come posso fare?» chiese lei, e sollevò i polsi per far notare le catene che li stringevano. Con sua grande sorpresa non ne avvertì il peso, e le sentì restare sul letto mentre le sue braccia si tendevano libere verso le sue nuove amiche.
«Tu puoi farlo. Ti aiuteremo» le disse ancora una delle bambine, o forse furono tutte assieme a farlo, non avrebbe saputo dirlo. Una di loro avanzò e le porse la bambola che teneva tra le braccia; lei la accolse come un dono prezioso, stringendola a sé, e si alzò in piedi, avviandosi lenta verso la porta.
Lo specchio sulla parete moltiplicava le luci che la circondavano, rendendole un numero indistinto come se potessero riflettersi all'infinito. Per un attimo le parve di essere entrata in un altro mondo, circondata da fatine alate che l'avrebbero condotta a un nuovo regno privo di dolore e tristezza, ma sapeva che avrebbe dovuto meritarselo.
Oltrepassò la porta senza esitare, discese le scale senza fare alcun rumore e attraversò la casa in silenzio, cercando la bestia che vi abitava.
Il demone era lì, seduto su una poltrona sghemba davanti alla televisione accesa. Indossava una canottiera sporca e dei calzoni unti, e non si era accorto di lei.
Avrebbe potuto trovare qualcosa per colpirlo. Avrebbe potuto scappare. Avrebbe potuto fare molte cose, ma solo una era quella che doveva fare, e la fece.
Senza dire nulla avanzò verso di lui. Lo ignorò quando la guardò con sorpresa e le chiese come fosse uscita, lo ignorò quando cercò di afferrarla e riportarla indietro, lo ignorò quando le urlò contro; poi gli porse la bambola.
Lui si ritrasse, tentò di indietreggiare e trovò dietro di sé la poltrona, facendola ribaltare e rovesciandosi all'indietro con essa, poi non si mosse più. Lei si affacciò a guardarlo, fissò i suoi occhi sbarrati e capì che era finita. Le restava una sola cosa da fare.
Lasciò la casa e uscì in giardino. Non sapeva dove fossero state sepolte le altre, non aveva nulla per ricordarle, così lasciò la bambola sulla nuda terra, come una lapide collettiva che presto sarebbe stata portata via. Non era molto, ma sarebbe bastato.
Dai suoi occhi sgorgarono scintillanti lacrime di gioia e sollievo, che rimasero lì sospese a lungo, anche quando il resto di lei si disperse nel vento della sera, abbandonando quel che restava, le sue spoglie mortali, su un letto sporco in una soffitta buia.
L'incubo era finito.

lunedì 4 maggio 2009

La cantina

Ho passato l’infanzia a domandarmi che cosa ci fosse nella cantina.
La porta da cui vi si aveva accesso, vecchia e scrostata, era come una cicatrice nella parete immacolata della cucina. No, meglio, come una crosta, di quelle che non dovrebbero essere stuzzicate e inevitabilmente finiscono con l’attrarre l’attenzione.
Quando avevo chiesto a mia madre perché non la aprissimo mai, mi aveva risposto che la chiave era andata perduta. Nella mia ingenuità di bambino non mi ero neppure domandato perché non fosse mai stato chiamato un fabbro per cambiare la serratura, mi ero semplicemente accontentato della risposta. Ma la curiosità era rimasta.
Avevo forse quattordici anni quando, spinto da un altro genere di curiosità, approfittai di un’assenza dei miei genitori per mettermi a frugare nei cassetti privati di mio padre, quelli in cui non avrei mai dovuto ficcare il naso.
Quello che speravo di trovare era magari qualche rivista porno… invece mi lasciai attrarre da uno strano libretto nero che sembrava rilegato in pelle, cacciato in fondo a un cassetto. Lo tirai fuori, dimenticandomi subito dello scopo originario della mia ricerca, e credo si possa immaginare la mia sorpresa quando vidi che all’estremità del nastro rosso che faceva da segnalibro era annodata una chiave, vecchia e annerita dal tempo.
La mia mente tornò subito a quella porta chiusa, dietro cui la mia mente aveva negli anni immaginato si annidasse ogni sorta di mistero, dalla stanza di Barbablù al tesoro dei pirati. Fui tentato di andare subito in cucina per provare la mia nuova scoperta, ma decisi prima di sfogliare il libro a cui era stata legata. Lo aprii proprio dove si trovava la fettuccia, restando sorpreso nello scoprire che era scritto a mano. Parole incomprensibili e strani disegni erano tracciati sulle pagine con un inchiostro che il tempo aveva reso marrone.
Avevo appena iniziato, con scarso successo, a cercare di decifrarne il contenuto, quando sentii l’auto di mio padre entrare nel vialetto. Immediatamente rimisi tutto quanto come l’avevo trovato, e mentre lo facevo già pensavo a quando avrei avuto la prossima possibilità di continuare le mie indagini.
Quella notte feci sogni confusi, sognai libri, chiavi e la porta della cantina, sempre lei. Alla fine, stranamente, sognai di essere seduto sul pavimento, nudo, sopra uno dei simboli che avevo visto nel libro, mentre delle persone attorno a me cantavano una nenia tenendo in mano delle candele nere. Nel sogno piangevo, anche se non ero io a piangere; una cosa che, come spesso accade, in quello stato onirico aveva una sua logica privata e ineccepibile che mai avrei saputo spiegare una volta sveglio.
Passò diverso tempo senza che mi venisse fornita alcuna nuova occasione per restare solo in casa e provare quella famigerata chiave.
Alla fine decisi che me ne sarei creata una da solo e una mattina, dopo essere sceso dall’autobus che prendevo per andare a scuola, attesi il tempo necessario per non essere notato e salii sul primo mezzo che faceva il percorso inverso.
Contavo di trovare la casa vuota. I miei genitori avrebbero dovuto essere al lavoro e avevo scelto di proposito l’unico giorno del mese in cui in casa non avrebbe dovuto esserci nessun altro: né la signora che al mattino si occupava delle pulizie quotidiane, né gli addetti della ditta che badava al giardino e alle pulizie su larga scala, che venivano durante i giorni liberi della prima, ma solo tre volte al mese.
Rimasi attonito quando, sul punto di aprire il cancello del vialetto, scorsi la macchina di mio padre parcheggiata vicino alla casa e vidi la sua schiena sparire oltre la porta d’ingresso. Notai a malapena che procedeva curvo, come se stesse trasportando qualcosa di pesante. In realtà, la cosa che più mi premeva in quel momento era che non mi vedesse, e non certo per le mie intenzioni, bensì per evitare la ramanzina che sicuramente mi sarei preso per aver marinato la scuola ed essermi fatto scoprire.
Stavo ancora riflettendo sul da farsi, nascosto dietro un albero dal lato opposto della strada, quando, neanche dieci minuti dopo, vidi i miei uscire, mettersi in macchina e andare via, con mio grande sollievo.
Attesi ancora un po’, per sicurezza, prima di entrare a mia volta.
Subito mi diressi nella stanza di mio padre, ripescando il libro esattamente da dove l’avevo lasciato l’ultima volta. Ripresi a sfogliarlo, ma le parole che conteneva non avevano acquistato un maggior senso nel frattempo, e rinunciai ben presto a cercare di comprenderle. Dopo tutto, non erano loro a interessarmi veramente.
Tenendo la chiave in mano e il libro per un angolo mi alzai per andare in cucina e qualcosa scivolò fuori dalle pagine, finendo sul pavimento. Fogli ripiegati. Li aprii per curiosità lungo il tragitto, scoprendo che si trattava di esiti di un qualche esame medico che mi riguardava, e stupendomi per lo strano posto in cui erano stati riposti. Per il resto, quello che contenevano non aveva molto più senso per me delle strane parole del libro, e mi suscitava ancor meno interesse.
Così, raggiunsi infine la mia agognata meta. Col cuore in gola e le mani tremanti per l’emozione di risolvere un interrogativo che mi angustiava da così tanto tempo, avvicinai la chiave alla toppa, pensando solo per un istante alla delusione che avrei provato se si fosse rivelata del tutto estranea a quella porta. Ma così non fu.
La chiave ruotò senza il minimo intoppo e la serratura scattò producendo a malapena un paio di scatti sordi e attutiti. Poi la porta si spalancò senza il minimo sforzo da parte mia, facendomi trasalire più che se avesse cigolato sinistramente, come in realtà mi aspettavo che avrebbe fatto. Per un attimo quasi credetti che si fosse aperta da sola, dandomi poi dello stupido quando verificai che si limitava a essere molto ben oliata.
Davanti a me si trovavano delle scale dirette verso il basso, non una grande sorpresa dopo tutto. La luce che entrava in cucina riusciva a illuminare solo i primi due o tre scalini, il resto si perdeva nel buio sottostante.
Cercai a tentoni un interruttore, senza trovarlo.
Non avevo una torcia, né avrei saputo dove procurarmene una sul momento, eppure la mia curiosità vinse la paura e mi spinse a procedere comunque, scendendo un gradino alla volta, con una mano sempre a contatto con la parete, come se ciò bastasse a proteggermi da ben più che un semplice scivolone.
Ero appena uscito dalla zona illuminata, quando venni aggredito dal fetore, quasi che la luce riuscisse a tenerlo lontano assieme all’oscurità. Era un odore pestilenziale che non avevo mai sentito prima, dolciastro e soffocante. Dovetti usare tutta la mia forza di volontà per non piegarmi in due e vomitare. Ma non fu sufficiente a fermarmi.
Trattenendo il fiato, scesi un altro scalino, e improvvisamente vidi venirmi incontro una sagoma pallida che scaturiva dal buio come uno spettro, urlando qualcosa di incomprensibile.
Urlai a mia volta, non so neppure cosa, e mi ritrassi di scatto, terrorizzato, inciampando nello scalino che avevo appena lasciato e finendovi seduto, praticamente senza accorgermene.
Scalciando, camminando su mani e piedi, riuscii a risalire la scala, mentre l’orrida creatura continuava ad avanzare verso di me con movimenti innaturali, emettendo mugolii che alle mie orecchie suonavano come oscenità.
Ero quasi tornato alla porta quando mi fu addosso.
Me la vidi venire incontro come se avesse voluto azzannarmi, e trovai in qualche modo il coraggio di unire i piedi e colpirla con tutta la forza che avevo.
Il mondo parve congelarsi intorno a me in un istante eterno.
Vidi l’essere entrare nel cono di luce, distinguendo ora il suo volto, quello di un ragazzino della mia età o poco più giovane, sporco di polvere e lacrime, imbavagliato con uno straccio che gli impediva di parlare. Le braccia sparivano dietro la schiena, le gambe erano curiosamente unite, come se stesse saltellando più che camminando.
Poi il tempo tornò a scorrere e lo vidi cadere all’indietro nelle tenebre, scomparendo alla vista.
Quasi mi tuffai nel tentativo, inutile, di afferrarlo. Finii in ginocchio sulle scale, talmente sporto in avanti da rischiare di cadere a mia volta, con un braccio teso ad afferrare il nulla.
Non riuscivo a scorgere l’inatteso ospite della mia cantina, e fui sul punto di rialzarmi e scendere per cercarlo, quando il mio sguardo intercettò una strana luce che si spostava in basso, di fronte a me. Mi fu subito chiaro che non si trattava di una torcia elettrica o di una candela, sembrava più una sorta di fosforescenza che strisciava verso il centro della stanza, diventando sempre più visibile.
Poi lo vidi.
Anche se l’immagine rimase impressa nella mia mente in modo indelebile, tormentando i miei sogni per gli anni a venire, non riuscirei mai a descrivere la cosa che vidi arrancare sul pavimento della cantina, né l’orrore puro che mi raggelò il sangue mentre la guardavo avvicinarsi a quello che doveva essere il ragazzo che avevo spinto giù.
Il ricordo di ciò che accadde dopo è invece molto più confuso.
So che in qualche modo riuscii a uscire, chiudere la porta e rimettere a posto la chiave, non ricordo però se accadde prima o dopo che l’abominio raggiungesse la sua preda. Talvolta mi passa davanti agli occhi un’immagine vivida e fin troppo orribile di migliaia di bocche deformi e di zanne che affondano nelle carni di un ragazzo terrorizzato, che ancora non so se considerare un ricordo o un parto della mia fantasia.
So che in un qualche momento di quell’ordalia compresi in un attimo, sorprendendomene io stesso, cosa era accaduto in quella cantina anni prima e cosa vi accadeva ora una volta al mese, quando nessun estraneo era in casa a poter osservare. Cosa i miei genitori avevano fatto perché io vivessi.

Ho passato l’infanzia a domandarmi che cosa ci fosse nella cantina. Ora lo so.

domenica 5 aprile 2009

Influenza

«ET-CCCIUUUU !!!» il suono rimbombò nella stanza come un colpo di artiglieria, e la testa di Jack prese a pulsare allo stesso ritmo. Il ragazzo tentò di riprendere fiato, ma venne interrotto da un improvviso accesso di tosse secca e fastidiosa che lo lasciò sfiatato e ansimante.
Si avvolse più stretto nella coperta che aveva addosso, rinunciando perfino ad asciugarsi le lacrime che gli scendevano dagli occhi per non doversi scoprire le mani. In qualche modo riuscì a prendere il telecomando senza abbandonare il rifugio della coperta, e accese la televisione.
“… mia di influenza sta propagandosi a macchia d’olio nel continente. – stava dicendo lo speaker del telegiornale mentre sul video scorrevano scene di repertorio di gente messa non molto meglio, se non peggio, di Jack stesso – Finora i trattamenti antibiotici si sono dimostrati…”
La porta alle spalle di Jack si spalancò di botto calamitando la sua attenzione.
“Buongiorno!” annunciò sua madre entrando, con l’aria di chi ha appena vinto la lotteria, un sorriso da orecchio a orecchio. Lui si chiese cosa mai ci fosse di buono in quel giorno, e rispose con un mugugno incomprensibile.
“Come ci sentiamo oggi?” chiese ancora sua madre, usando il plurale come se condividesse le sue sofferenze.
“Bale.” bofonchiò lui, ma la donna era passata oltre e non lo stava ascoltando. La osservò con terrore mentre si avvicinava alla finestra e la spalancava.
“Ba babba! – protestò, odiando ogni singolo suono nasale che si ritrovava a emettere – Io sdo bale!”
“Quante storie! Se non fai cambiare un po’ l’aria non guarirai mai!” lo zittì sua madre, scaraventandosi poi fuori dalla stanza e chiudendosi la porta alle spalle.
Jack sospirò, cosa che non gli riuscì troppo bene, e si obbligò a scendere dal letto per andare a porre rimedio alle strane idee della madre.
Però non mi era parsa tanto ottimista quando ce l’aveva lei l’influenza – pensò mentre strisciava i piedi verso il lato opposto della stanza. Era quasi giunto quando inciampò nella coperta, che si era guardato bene dal togliersi di dosso, e finì lungo disteso in terra. Fece per rialzarsi e prese in pieno con la nuca il vetro aperto, rimbalzando indietro come uno strano incrocio tra una palla e un sacco di patate.
“Ba porga biseria!” imprecò mentre si metteva a quattro zampe per poi tornare in piedi con maggior cautela.
Chiuse la dannata finestra e se ne tornò al letto, su cui si sedette nuovamente.
“… tempo, alcuni soggetti hanno per…” diceva il giornalista un attimo prima che Jack cambiasse canale. L’immagine sullo schermo venne sostituita da quella di un affarino peloso che litigava con un serpente grosso il doppio di lui. Jack ebbe il tempo di sentire “… la mang…” prima di decidere che quella trasmissione non faceva per lui e cambiare nuovamente.
Al posto degli animali apparve una strana animazione, una specie di ameba che veniva assalita da qualcosa che assomigliava a un modulo per l’atterraggio lunare appena abbozzato. “… i virus sostituiscono il DNA delle cellule con…”
Jack si affrettò a cambiare di nuovo, ritrovandosi a osservare una Nicole Kidman in evidente stato alterato che cercava di rapire un bambino. Aveva già visto quel film e non aveva alcuna voglia di rivederlo, per cui spense la televisione e si voltò verso il comodino per prendere il bicchiere e bere un sorso d’acqua.
La prima parte si rivelò facile, la seconda impossibile, perché il bicchiere era vuoto.
“Uff!” sbuffò Jack – almeno quello gli riusciva ancora – e si alzò per andare a prendersi da bere di sotto. Questa volta fece attenzione a sollevare a sufficienza la coperta prima ancora di girare attorno al letto e imboccare la porta. Scese uno scalino alla volta e arrivò a pochi metri dalla porta della cucina quando sentì delle voci provenire proprio da lì, e si bloccò non riuscendo a riconoscerle.
“Quanto credi che gli ci vorrà?” sentì dire da una voce femminile e arrotondata, che gli ricordava molto quella di sua madre, ma al tempo stesso non era la sua.
“Non molto ancora. Un giorno o due e poi anche lui sarà completo.” rispose quello che era evidentemente un uomo. Non suo padre, a meno che non gli si fosse improvvisamente modificata la laringe, ma pure non tanto diverso da lui.
Cercando di non fare rumore, Jack fece qualche altro passo e azzardò un’occhiata oltre lo stipite della porta, tenendosi il più possibile nascosto. Quello che vide, per poco non lo fece saltare indietro, e a stento riuscì a trattenere un grido.
Due… creature, non c’era altro modo di definirle… si trovavano nella sua casa. Avevano pelle verde e squamata, come quella dei serpenti, occhi gialli e sporgenti, con pupille verticali a fessura e… indossavano i vestiti dei suoi genitori!
Gli esseri non parvero accorgersi di lui, e continuarono la loro conversazione.
“Sicuro che stia andando tutto bene?”
“Certo, ha tutti i sintomi, la trasformazione è già in atto ormai. Una volta che tutto il suo DNA sarà stato risequenziato…”
Jack si perse il resto della frase cercando di comprendere il senso di ciò che aveva sentito. Parlavano di lui? Possibile che quelli fossero…
I suoi ragionamenti vennero interrotti da una familiare quanto fastidiosa sensazione di prurito al naso. Di tutti i momenti in cui avrebbe potuto succedergli…
Prese a indietreggiare, cercando di trattenere lo starnuto il più possibile.
«ET-CCCIUUUU!!!»
SBAM!
Senza essere troppo sicuro di come fosse accaduto, si ritrovò a perdere l’equilibrio e atterrare di sedere sul pavimento. La caduta fu attutita dalla coperta, ma il vero problema era un altro, e non tardò a presentarsi. I due rettili umanoidi, infatti, sbucarono fuori dalla cucina un istante dopo… solo che non erano più rettili umanoidi, ma semplicemente i suoi genitori.
“Jack!” lo apostrofò la madre
“Stai bene?” gli chiese di rimando il padre
“Che è successo?”
“Ti sei fatto male?”
“Se volevi qualcosa potevi chiamarmi.”
L’improvvisa ondata di attenzioni era fin troppo sospetta perché Jack non percepisse che qualcosa non andava. Certo… anche l’aver visto i mostri rettiliformi in cucina era un indizio da non sottovalutare.
“Io… io…” prese a bofonchiare lui, cercando con lo sguardo il bicchiere che gli era sfuggito di mano. Lo individuò poco distante da lui; era atterrato su un angolo della coperta, che lo aveva salvato dall’andare in frantumi. Lo afferrò come fosse stato un salvagente in un mare in tempesta.
“Aggua! – esclamò – Ero sceso a breddere dell’aggua.”
“Dammi, te lo riempio.” replicò quella che sembrava sua madre, allungando una mano verso il bicchiere… o forse verso il suo braccio.
“Do, do, vaggio io.” rispose lui, indietreggiando per rialzarsi con le spalle alla parete.
Strisciò verso la cucina restando rasente al muro, e senza mai togliere gli occhi di dosso ai due finti genitori, che per conto loro si scambiarono alcune occhiate indecifrabili. Raggiunse il lavandino e aprì il rubinetto, iniziando a riempire il bicchiere con esasperata lentezza. Il suo sguardo dardeggiava ovunque nella stanza mentre tentava di decidere il da farsi. I due mostri erano ancora fermi sulla soglia.
All’improvviso, in un lampo di ispirazione, lasciò cadere il bicchiere nel lavello, sfilò un coltello dal ceppo poco distante e si diede a una fuga disperata in direzione della porta che dava nel cortile. Stava per afferrare la maniglia quando si ritrovò improvvisamente di fronte il rettile con gli abiti di sua madre.
“Dove stavi cercando di andare?” sibilò questo facendo saettare tra le labbra la sua lingua biforcuta, ogni pretesa di apparire umano oramai abbandonata.
Jack non si perse d’animo. Sollevò il coltello e lo piantò a fondo nel petto della creatura, facendone sprizzare del sangue verdastro che gli impregnò il pigiama. Si ritenne fortunato per non poterne sentire l’odore, immaginando che dovesse essere davvero disgustoso.
Due zampe artigliate gli afferrarono il polso, ma il sangue lo aveva reso abbastanza viscido da permettergli di sfuggire alla presa e sferrare una seconda coltellata, stavolta in uno degli orrendi occhi gialli del rettile, che si afflosciò al suolo come un sacco vuoto.
Per un attimo, Jack aveva dimenticato il secondo mostro, che immediatamente gli fu addosso. Ruotando su sé stesso meglio che poteva, il ragazzo lo ferì a un braccio con un veloce fendente, ma un istante dopo sentì un colpo al petto e si ritrovò a volare verso una parete. Ebbe appena il tempo di registrare che il mostro morto aveva nuovamente assunto le fattezze di sua madre prima di urtare violentemente la testa contro uno dei pensili della cucina e precipitare nel buio più assoluto.

Quando riaprì gli occhi stava fissando il pavimento. Quello della sua camera da letto.
Sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di capire come fosse arrivato lì. La nuca gli faceva male, e così anche il petto, ma questa non era una grossa novità visti i frequenti accessi di tosse.
Tentò cautamente di rialzarsi. Uno spiffero freddo proveniente dalla finestra aperta gli soffiava sulla schiena, mentre una voce distorta parlava dal lato opposto della stanza. Ci mise qualche secondo a capire che si trattava della televisione.
“… lo stadio più acuto della malattia ha portato alcune vittime a soffrire di allucinazioni e perdere la cognizione dello spazio e del tempo, alcuni soggetti hanno perfino affermato di aver vissuto uno sbalzo temporale, tornando a loro dire indietro nel tempo di diversi minuti…”
Jack si rimise in piedi e chiuse la finestra, poi si tastò la nuca, trovandovi un bernoccolo in formazione. Era stato il pensile della cucina o l’anta della finestra a causarglielo?
Si guardò intorno, constatando che tutto era normale nella stanza. Il suo pigiama, per quanto possibile, era pulito; non c’erano tracce di sangue, né suo né dei mostri. Il bicchiere, vuoto, era al suo posto sul comodino.
Incerto, raggiunse la porta, la aprì e si affacciò.
“Babba?” chiamò
“Sì Jack, ti serve qualcosa?” gli rispose dopo qualche istante la voce della donna dal piano di sotto.
“Uh... do, do, diedde.” bofonchiò lui in risposta.
Possibile che si fosse sognato tutto quanto?
Al telegiornale avevano parlato di allucinazioni in effetti...
Ritornò a letto e si infilò sotto le coperte. Forse avrebbe fatto meglio a cercare di dormire.
Certo che tra la febbre e la botta il suo cervello gli aveva giocato veramente un brutto scherzo – pensò mentre scivolava nel sonno – sicuramente era rimasto influenzato dalla scene che aveva visto in televisione poco prima, tra serpenti, DNA e invasioni di alieni che sostituivano gli esseri umani.
Sì... non poteva che essere così... le scene che aveva visto... dopo aver chiuso la finestra...

venerdì 6 marzo 2009

Il patto

Seduto sul pavimento in pietra, al centro di un complicato simbolo circolare, osservava il pulviscolo danzare pigramente tra i raggi del primo sole, invidiando quell’inconsapevole libertà che a lui era negata.
I disegni arcani che lo circondavano apparivano innocui a chi non ne conosceva il significato, e lo erano per chi non ne subiva l’influenza. Lui non apparteneva a nessuna delle due categorie.
Allungò un braccio che si sarebbe potuto definire ossuto, se solo vi fossero state ossa in quel simulacro che chiamava corpo, e penetrò con un dito adunco e artigliato l’aria davanti a sé, come se avesse voluto saggiare per l’ennesima volta ciò che lo tratteneva. Giunto al limite del circolo, toccò qualcosa che non esisteva, se non per lui, ricevendone una sensazione di solidità e leggero disgusto.
Non sarebbe mai riuscito a uscire da lì con le sue sole forze. Del resto, non aveva importanza.
Quella prigione era una precauzione, nulla più, era ben altro a tenerlo bloccato in quel mondo a cui non apparteneva, costringendolo a servire un essere che considerava inferiore. Se anche fosse riuscito a fuggire, non avrebbe potuto andare lontano.
Ma il tempo passava in quel mondo, passava per tutti, anche per lui, sebbene non su tutti avesse lo stesso effetto. E quella sarebbe stata la chiave della sua liberazione… o della sua vendetta. Negli anni, aveva iniziato a desiderare sempre meno la prima e sempre più la seconda.
Anche quel giorno non dovette attendere molto prima di ricevere il familiare richiamo. Il suo “padrone” - quanto disprezzava la sola idea di poterne avere uno - aveva bisogno di lui per qualche inutile compito.
Percepì un cambiamento attorno a sé e seppe che la sua gabbia invisibile, per il momento, era aperta. Sgranchendosi le piccole ali membranose, apparentemente troppo piccole per poter sostenere il peso del suo corpo, si levò in volo e si diresse con maligna flemma verso la stanza da letto, dove l’uomo lo attendeva.
Fissò con odio quella figura canuta e raggrinzita, coperta fino al mento dalle pesanti coltri. Desiderò una volta ancora di poter porre fine alla sua misera vita, sapendo che comunque sarebbe terminata molto presto anche senza il suo intervento.
“Che vuoi stavolta, vecchio?” gli domandò con voce sgraziata. Aveva imparato a parlare in quel complicato modo dei mortali, facendo vibrare l’aria attraverso la gola, ma il risultato non si avvicinava neppure a quello di una voce umana.
“Vammi a prendere dell’acqua.” gli rispose il mago a fatica.
Ecco come si era ridotto. A fare il cameriere. Se almeno avesse potuto sfogarsi in qualche modo, portando caos e distruzione ai nemici del “padrone”, scatenando i suoi poteri contro qualcuno, o qualcosa… Invece: acqua.
Eseguì il compito che gli era stato richiesto, non potendo fare altrimenti, ma non volle perdere l’occasione di perorare ancora una volta la sua causa.
“Sei sempre più debole, vecchio. Stai per morire e lo sai. Puoi ancora liberarmi, farmi tornare al mio mondo.”
“E perché dovrei farlo?”
“Perché sai cosa farò una volta libero, se non mi rimanderai indietro.”
“Tu non sarai libero. Ricorda il patto.” grugnì l’uomo con più forza di quanta ne avesse in corpo, dovendosi poi interrompere per dar sfogo a un accesso di tosse.
Lui aspettò diligentemente che ricominciasse a parlare, anche se già conosceva le parole che avrebbe pronunciato.
“Hai accettato di non fare danno alcuno alla mia famiglia, e di servire fedelmente me e i miei discendenti. La mia morte non cambierà nulla.”
“La tua discendenza non sarà eterna.” gli ricordò.
“Questo è un problema a cui penserà mio figlio, e suo figlio dopo di lui. Sa cosa deve fare.”
“Ripensaci, vecchio. Se sarò libero, e non potrò tornare indietro, sarà tua la colpa di quello che accadrà.”
“Tu non sarai li…” urlò il mago, ma la voce gli si spezzò in gola mentre annaspava in cerca d’aria, poi il suo sguardo si spense. Il suo modo di vedere il mondo cambiò all’improvviso, e si rese conto di sentirsi diverso.
“Cosa mi hai fatto?” domandò al piccolo demone
“Nulla. Non posso farti alcun male, rammenti. Sei morto, ma non per mano mia.”
“E perché sono ancora qui?” gli chiese, constatando di essere non più sdraiato nel letto ma fluttuante poco sopra di esso. Temendo ciò che avrebbe visto, si rifiutò di abbassare lo sguardo verso il cuscino.
“Ti ho trattenuto io.”
“A che scopo? Non posso più liberarti ora.” La sua voce non era più debole e affaticata, sembrava aver ritrovato l’antico vigore.
“Lo so. Non hai più potere su di me, né purtroppo io su di te.”
“Allora lasciami andare.” protestò il fantasma.
“Lo farò, non posso trattenerti a lungo comunque. Ma volevo che tu sapessi una cosa prima di andare, vecchio.”
“Dilla, dunque, e lasciami.”
“Sappi, vecchio, - gli rispose - che avresti dovuto passare meno tempo ad assicurarti della mia fedeltà… e molto più a pensare a quella di tua moglie.”
E l’orrore negli occhi del fantasma, mentre svaniva con la comprensione di ciò che aveva appena udito, fu la prima gioia della sua nuova libertà.

giovedì 12 febbraio 2009

Cappuccetto Rosso (reprise)

C’era una volta un giovane lupo. Era gentile, carino ed educato, ma come tutti i cuccioli era irruente, e talvolta sprovveduto.
Un giorno, il lupo chiese a sua madre se poteva andare a giocare nel bosco.
“Va’ pure. - gli rispose mamma lupa - Ma mi raccomando, resta nel folto degli alberi e sta’ lontano dal sentiero.”
“Certo mamma, farò come dici tu.” disse lui, sebbene in realtà a malapena l’avesse udita.
Fu così che giocando, correndo e ruzzolando spensierato, il lupo si ritrovò sul sentiero che attraversava il bosco, e lì incontrò una ragazza che indossava una mantellina rossa, col cappuccio tirato sopra la testa, e portava un paniere di vimini coperto da uno strofinaccio.
Mai prima di allora aveva incontrato un essere umano in vita sua, così non si spaventò e la salutò cordialmente: “Buongiorno.”
“Buongiorno a te lupo.” rispose lei “Cosa ci fai qui nel bosco?”
“Niente, stavo solo giocando. E tu?” le chiese di rimando
“Sto andando alla casa della nonna, dall’altra parte del bosco. Vive lì tutta sola e ora si è ammalata, perciò sto andando a trovarla.”
“È gentile da parte tua. - disse contento il lupo - E che cosa le porti in quel paniere?”
“Ho marmellata, focacce, biscotti e pane appena sfornato, ma non sono per lei, è il mio pranzo. A lei sto portando questo.” disse la ragazzina togliendo dal paniere un lungo e affilato coltello.
“E perché mai?” si stupì il giovane lupo
“Perché con questo le taglierò la gola, poi le ruberò i soldi e dirò di averla trovata morta. Lo sanno tutti che vivere ai margini della foresta è pericoloso, nessuno si stupirà.”
Il lupo, a sentire quelle parole, rabbrividì. “E… e perché me lo dici?” domandò con un filo di voce.
“Perché prima di uccidere lei ucciderò te, per farmi una bella pelliccia di lupo.” rispose la ragazzina avventandosi contro di lui.
Il povero lupo riuscì a sfuggirle per un soffio, e si mise a correre a perdifiato nel folto del bosco, fin quando non si fermò ansimante, poggiando le spalle a una robusta quercia, nella speranza di averla seminata.
Mentre riprendeva fiato, pensò all’orribile sorte che attendeva la povera vecchietta che viveva oltre il bosco.
“Devo avvisarla.” decise, e così si rimise in marcia, più veloce che poteva, verso l’abitazione della nonna.
Giunse infine in vista della casa e subito bussò alla porta.
“Chi è?” chiese una voce flebile dall’interno
“Buona nonnina, sono un lupo. Sono venuto a trovarla perché so che è malata, e per dirle una cosa importante. La prego, mi faccia entrare.”
“Caro lupo, sono troppo debole. - rispose ancora la vocina - La porta è aperta, entra pure.”
Il lupo spinse la porta e si fece strada nella casa, fino alla stanza da letto della nonna. Lì la vide raggomitolata sotto le coperte. Solo la testa, coperta da una cuffietta, e le dita di una mano sporgevano fuori dalle coltri.
“Nonnina…” disse, ma lei lo interruppe.
“Vieni più vicino, lupo caro. Da lì non ti vedo e non ti sento, sono vecchia e non ho più i sensi di una volta.”
Così il lupo si avvicinò, e guardò la testolina poggiata sul cuscino, da cui due occhi lo fissavano tra le palpebre semichiuse.
“Che occhi piccoli hai nonnina.” commentò il lupo.
“È perché sono malata. Vieni più vicino, faccio fatica a vederti.”
Lui si avvicinò.
“E che mani piccole hai.” disse quando fu più vicino
“È perché sono vecchia e avvizzita, lupo caro, ma non ti preoccupare…”
Una fitta improvvisa al petto fece ululare il lupo di dolore. Quando abbassò lo sguardo, vide un manico nero che gli spuntava dallo sterno.
“… il coltello è grande abbastanza.” concluse la ragazzina gettando via le coperte e affondando ancor di più la lama, continuando a tagliare e tagliare finché il povero animale fu letteralmente aperto in due, e le sue viscere sgorgarono sopra il letto.
Toltasi il travestimento, la ragazzina si rimise i suoi vestiti, che aveva lasciato da parte perché non si sporcassero troppo. Poi si chinò e tirò fuori da sotto il letto il corpo senza vita di sua nonna, con la gola squarciata da parte a parte, infierendo su di esso con le zanne del lupo morto, per far sembrare che l’avesse morsa e masticata.
Volle il caso che stesse passando da quelle parti un cacciatore, che udì l’ululato del lupo e si preoccupò.
Proprio mentre la ragazzina si alzava, avendo terminato il suo lavoro, l’uomo entrò come una furia nella casa, guardandosi intorno e chiamando a gran voce.
Giunto in camera da letto vide la nonna e il lupo, entrambi morti, e la ragazzina sporca di sangue e in un lago di lacrime.
“Il lupo… - disse lei singhiozzando - … il lupo aveva mangiato la nonna e si era… si era messo i suoi vestiti. Mi ha ingoiata… tutta intera. Per fortuna… avevo questo… - gli mostrò il coltello insanguinato - … e sono… sono riuscita a uscire aprendogli la pancia.”
“Povera bambina. - disse il cacciatore, avvicinandosi per abbracciarla, forse un po’ più stretto di quanto fosse lecito - Non ti preoccupare, adesso è tutto finito. Diremo che sono stato io a uccidere il lupo, così nessuno ti chiederà niente e la gente ti lascerà in pace.” aggiunse, pensando alla bella figura che gliene sarebbe derivata.
La bambina singhiozzò e si asciugò le lacrime col dorso di una mano.
“Sì, sì… meglio così.” gli rispose.
E fu così che la storia venne tramandata.

martedì 3 febbraio 2009

Sfumature di nero

Rimosso causa pubblicazione ^_^ http://www.lafeltrinelli.it/products/9788865782545/Sfumature_di_nero/Carmelo_Massimo_Tidona.html

sabato 24 gennaio 2009

Ombre

Viveva al secondo piano di una palazzina senza ascensore.
Doveva percorrere le quattro rampe di scale più volte al giorno, quasi sempre da sola.
Neppure lei sapeva quando fosse iniziato esattamente, quando avesse notato per la prima volta le ombre. Forse fin da quando si era trasferita.
Ogni volta che passava per le scale, c’era sempre un’ombra proiettata sulla parete di fronte a lei, che si muoveva come se qualcuno fosse stato lì, proprio oltre il margine del suo campo visivo, a scendere o salire poco prima di lei. Anche se in realtà non c’era mai nessuno.
All’inizio era stata proprio l’idea della presenza di qualcuno a spaventarla. Non che lei fosse l’unica inquilina, ovviamente, ma i suoi vicini non erano esattamente silenziosi e furtivi quando passavano. Qualcuno che si muoveva in quel modo, senza far rumore e senza farsi notare, avrebbe potuto essere un intruso.
In seguito, comunque, una volta constatato che nessuno si era introdotto nel palazzo, era stata appunto l’assenza di qualcuno a instillarle quel timore irrazionale. Chi, o cosa, precedeva il suo passaggio?
Era arrivata a convincersi che si trattasse semplicemente di un gioco di luce, per quanto improbabile fosse il suo ripetersi e manifestarsi a prescindere dall’ora del giorno, o dal fatto che la luce sui pianerottoli fosse accesa o meno.
Razionalmente, si ripeteva, non poteva trattarsi d’altro. Questo comunque non le impediva di sobbalzare ogni volta che scorgeva quell’ombra.
Aveva perfino pensato di cambiare casa, come se fosse stata una cosa semplice. Oltretutto, si sarebbe sentita estremamente stupida ad affrontare un trasloco per un motivo talmente futile e irrazionale.
Finché, una sera d’inverno, appena entrata nel portone, si sentì afferrare alle spalle in una gelida morsa.
Qualcosa di freddo, morbido e liscio le chiuse la bocca, e per un attimo credette che l’oggetto delle sue paure avesse infine preso corpo e sostanza per aggredirla.
Poi una voce rozza le sussurrò all’orecchio “Fai la brava e non ti faccio niente”, terminando la frase con un osceno sghignazzo. L’alito che le giunse alle narici era caldo e maleodorante.
Per un assurdo istante, fu quasi sollevata all’idea che il suo aggressore fosse qualcosa di concreto e tutt’altro che soprannaturale. Il sollievo lasciò però rapidamente spazio a una paura differente ma non meno forte.
Non tentò neppure di sfuggire a quell’uomo, sapendo bene che non ci sarebbe mai riuscita. Non si divincolò neppure quando sentì il freddo metallo di una lama sfiorarle la gola.
“Ora andiamo a casa tua.” le disse l’uomo trascinandola verso le scale e iniziando a salire, tirandosela dietro.
Il coltello le graffiò la pelle, stillandone una goccia di sangue.
Poi, all’improvviso, sentì la presa che la tratteneva allentarsi. Udì, più che vedere, il coltello che cadeva, rimbalzando sugli scalini, e si ritrovò seduta senza capire esattamente come, o cosa, fosse accaduto.
L’uomo la superò con un balzo, quasi volando oltre la sua testa. Atterrò malamente ai piedi delle scale. Si rialzò. Ricadde. Si rialzò nuovamente.
Lei vide i suoi occhi fissarla, o meglio guardare nella sua direzione senza però vederla, come se il loro obiettivo fosse stato qualcosa oltre lei. L’espressione sul suo volto era di orrore puro.
Lo vide voltarsi e fuggire, biascicando qualcosa di incomprensibile e rischiando nuovamente di finire in terra, tanta la fretta di allontanarsi da lì.
Il suo terrore non scemò per un solo istante, limitandosi a una rapida metamorfosi.
Si voltò di scatto, volendo affrontare faccia a faccia qualunque cosa la attendesse dietro le sue spalle. Tutto ciò che vide fu un’ombra ormai familiare, come se qualcuno stesse salendo poco più avanti.

Viveva al secondo piano di una palazzina senza ascensore.
Doveva percorrere le quattro rampe di scale più volte al giorno. E non era mai sola.

martedì 20 gennaio 2009

Sognerai di me

Il buio le si stringeva attorno, opprimendola come le braccia di un amante molesto. Anche con gli occhi aperti non vedeva nulla, ma si ostinava a non chiuderli.
Se li avesse chiusi, si sarebbe addormentata.
Se si fosse addormentata, avrebbe sognato.
Se avesse sognato, avrebbe sognato lui. E mai come in quella notte la sua anima era stata dilaniata dal desiderio e dal terrore che ciò accadesse.

“Sognerai di me”, le aveva detto, in quel loro unico, fugace incontro, e così era stato. Notte dopo notte dopo notte. Per quasi un anno intero.

Ancora ricordava la prima volta, la prima sorpresa visita a quel luogo idilliaco e incantato che sarebbe presto divenuto la sua casa di notte tanto quanto la fredda città lo era di giorno.
Lui l’aveva accolta come una gradita ospite, e per quella e tante altre notti ancora avevano parlato. L’aveva corteggiata come un gentiluomo d’altri tempi, e quando l’aveva infine amata era stato con una dolcezza e un trasporto che mai alcun amante in carne e ossa le avevano fatto provare.
Poi le aveva insegnato a cacciare.
Ogni notte di luna piena, insieme inseguivano la loro preda fino a sfinirla e catturarla, per poi ucciderla.
Le prime volte lei gli aveva corso accanto, senza realmente partecipare, inebriandosi della sensazione di libertà e di forza che quel semplice atto le dava. Una sensazione che ancora provava ogni volta, anche dopo aver compreso, quasi vergognandosene come di un piacere empio e clandestino del quale non fosse stata in grado di privarsi.
Si era in seguito unita a lui nell’atterrare la preda, aiutandolo a immobilizzarla, ma sempre restando da parte mentre lui la dilaniava, cibandosene mentre lei lo osservava, atterrita e affascinata.

Diverso tempo era passato nel mondo della veglia, che ormai le appariva tanto più irreale dei panorami onirici in cui trascorreva la sua seconda vita, prima che iniziasse a comprendere, ad annodare i fili di quell’oscura vicenda. Prima che capisse che le vittime di quella caccia sfrenata non si limitavano a morire nel sogno.
Terrorizzata, aveva ceduto alla paura di essere divenuta folle. Possibile, forse, che camminando nel sonno avesse compiuto quei delitti che il suo tenebroso amante sconosciuto - da sveglia sembrava incredibile che ancora non ne conoscesse il nome - perpetrava dinanzi ai suoi occhi? Eppure quelle ragazze erano morte nei loro letti, troppo lontane dalla sua abitazione perché avesse potuto realmente recarvisi in preda al sonnambulismo.
Aveva cercato ogni genere di conferma alla sua situazione, accertandosi infine di non aver mai lasciato il suo letto, comprendendo che la verità era differente, sebbene non meno terribile.
Ma nel sogno era tutto così naturale, così estasiante che mai i suoi pensieri di dormiente avevano fatto eco alla volontà di ribellione che provava da sveglia.
Aveva tentato di rifuggire i sogni, di restare sveglia, ma nulla l’aveva aiutata a farlo, neppure i farmaci. Ma quella notte, quella notte doveva riuscirci, perché altrimenti sapeva che non sarebbe più potuta tornare indietro.
Era il dodicesimo plenilunio dal suo primo incontro con lui, ed era giunto il momento che fosse lei a completare la caccia, lei a uccidere, lei a sbranare.

Poco dopo aveva abbandonato i suoi pensieri nel freddo mondo reale, e stava correndo spensierata sull’erba con lui al suo fianco, le labbra incurvate in un sorriso sinistro.
Insieme raggiunsero la preda, insieme la bloccarono, gettandola a terra e inchiodandovela con la propria forza. Poi lui si fece da parte, invitandola a finire ciò che aveva iniziato.
Lei esitò.
Lui le si fece vicino, incoraggiandola senza forzarla, sapendo che avrebbe fatto quel che doveva.
Lei si sporse in avanti. Guardò gli occhi della ragazza, così pieni di terrore.
Di scatto si voltò verso di lui, le zanne snudate e un lampo sanguigno negli occhi.

Due giorni dopo era ferma davanti a un chiosco di giornali, a leggere dell’ennesimo sanguinoso omicidio poco dopo essersi svegliata dal suo primo viaggio in quel mondo senza di lui. Un uomo di buona famiglia, benvoluto da tutti, una tragedia inspiegabile, come le precedenti.
L’edicolante richiamò la sua attenzione schiarendosi la gola. Lei gli sorrise e prese una moneta dalla borsa, porgendogliela.
La mano si soffermò solo un istante sopra quella di lui, mentre i loro occhi si incontravano.
“Sognerai di me.” gli sussurrò.

martedì 6 gennaio 2009

Il Pozzo

Il cerchio luminoso sopra di lui sembrava quasi farsi beffe della sua situazione, irriderlo con la promessa di una liberazione tanto vicina quanto irraggiungibile.
Le gambe gli tremavano per il freddo e per lo sforzo di mantenere la presa sulle pietre viscide della parete, aggrappandosi con ogni oncia della propria forza ai pochi e scomodi appigli.
Una caviglia era gonfia, a stento lo avrebbe sostenuto in piedi, figurarsi reggerlo in quella posizione. Ma non poteva certo permettersi il lusso di pensarci.
Il braccio destro era conciato anche peggio. Quasi certamente si era rotto nell’impatto col fondo asciutto, e solo muoverlo gli causava dolori lancinanti. A ogni fitta, stringeva i denti e continuava. Se anche avesse rischiato di restare invalido, il suo obiettivo era rimanere vivo, al resto avrebbe pensato poi.
Centimetro dopo centimetro, ignorando la fatica e il dolore, arrancava scorticandosi le mani, spezzandosi le unghie, graffiandosi il volto, verso quella luce, quella luce che…
Scomparve.
Di colpo.
Lasciandolo al buio.
Cercò di urlare la sua frustrazione, l’orrore, ma emise solo un verso inarticolato dalla gola riarsa, un suono che si perse in una serie di tonfi provenienti dall’alto, la cui eco rimbalzava tra le pareti.
Inspirò, riempiendosi i polmoni di un’aria fredda che sembrava composta di piccole lame affilate, e di nuovo tentò di gridare. Perse la presa con un piede. Espirò uno sbuffo d’angoscia.
Lo spuntone di roccia sembrò sfuggirgli via dalla mano con astuta determinazione. Si ritrovò appeso per un breve, fragile istante al braccio rotto, che non riuscì a sostenerlo.
La caduta fu meno dolorosa della prima volta, la distanza era più che dimezzata.
Si ritrovò sul fondo e solo allora trovò la forza per urlare, e urlare, e urlare ancora.

…

“Dove te ne vai in giro con un martello?”
“Sono andato a chiudere il vecchio pozzo.”
“Hai fatto bene. Prima o poi qualcuno avrebbe finito per caderci dentro.”

lunedì 5 gennaio 2009

Cappuccetto Rosso

La ragazzina camminava tranquilla lungo il contorto sentiero che attraversava la foresta, facendo oscillare leggermente la mano con cui reggeva il manico del paniere, sempre attenta a non esagerare perché il contenuto non si rovesciasse.
Sapeva che la foresta non era esattamente un luogo sicuro, tuttavia quella rimaneva pur sempre la strada più breve per raggiungere la sua destinazione.
Era arrivata all’incirca a metà strada quando vide un grosso lupo fermo nel bel mezzo del sentiero.
D’istinto si fermò. Fece anche qualche passo indietro prima che la creatura iniziasse a parlarle, in tono gentile e suadente.
“Una bella ragazzina come te - le disse - non dovrebbe girare da queste parti. Non lo sai che è pericoloso?”
“Sì. - rispose lei, cercando di mantenere la voce ferma - Ma devo portare questo paniere a una povera vecchietta malata, e passando da qui farò prima.”
“E perché questa vecchietta vive proprio ai margini della foresta? Non mi sembra un posto adatto, così isolato…”
“Eh, tu dillo a me!” pensò la ragazzina, ma quello che rispose fu “Lo so, poverina, per questo sto andando a trovarla.”
“Eh, che brava ragazzina che sei. - disse il lupo leccandosi le labbra - Davvero buona. E cosa le porti di bello?”
“Le solite cose…” minimizzò lei.
Il lupo le si avvicinò, in effetti anche un po’ troppo, e quasi cacciò il muso nel paniere.
“E non avresti niente per me, dolce ragazzina?”
“Vediamo… - replicò lei mettendo una mano nel cesto - Forse qualcosa adatta a te ce l’ho…”

Non molto tempo dopo, la ragazzina giunse infine in vista della casa. Raggiunse la porta e bussò.
“Chi è?” chiese una voce flebile dall’interno.
“Sono la ragazza dell’assistenza agli anziani.” rispose lei
“Oh, cara. La porta è aperta. Entra, entra, non vedevo l’ora di conoscerti.”
“Non dovresti lasciare la porta aperta, nonnina. Non lo sai che è pericoloso?” chiese lei entrando
“Lo so, lo so. - rispose la vecchietta che giaceva scompostamente nel suo letto - Ho sentito di tutte quelle vecchiette… ma chi vuoi che venga fin qui apposta per fare del male a me?”
La ragazzina non rispose e si avvicinò al letto, poggiando il paniere sul comodino e iniziando ad armeggiarci dentro.
“Che occhi grandi che hai.” disse osservando l’anziana donna.
“È che sono miope e li strabuzzo sempre per vederci. - rispose lei - Oh, ma che bella mantella che hai, me la fai vedere?”
“Meglio di no.” rispose la ragazzina, ma la vecchietta aveva già allungato le mani per afferrarla.
“Occhi grandi e mani lunghe, eh nonnina?”
“Ma che strano. - mormorò la vecchietta - Sembra sporca di… sangue?”
“Già. - replicò la ragazzina mentre estraeva il coltello ancora incrostato del sangue del lupo, lanciando giusto un’occhiata al barattolo di formaldeide in cui galleggiavano gli occhi delle altre vecchiette per controllare che non si fosse capovolto - Perché credi che mi chiamino Cappuccetto Rosso?”